Opinioni

Un grido di dolore da Aleppo, città martire. Alla Siria rubano le forze e il futuro

Ibrahim Sabbagh* lunedì 12 ottobre 2015
La Siria sta vivendo una tragedia nel presente e sta perdendo il futuro. Questo è particolarmente evidente qui ad Aleppo, città martire di questa sporca guerra. Non ci sono cifre precise a livello nazionale, ma nella nostra realtà locale in questi ultimi tre mesi – i più difficili, finora – circa il 10% dei miei parrocchiani sono andati via, in un processo inarrestabile di emigrazione interna (verso altre città) ed esterna (fuori dalla Siria).
 
 
In tutte le strutture portanti della convivenza civile si assiste a uno svuotamento del Paese, soprattutto di giovani maschi: ingegneri, medici, direttori delle scuole e insegnanti di ogni ordine e grado. Anche nella nostra parrocchia di San Francesco vediamo questo stillicidio che coinvolge tutti i gruppi parrocchiali e le associazioni. Un piccolo esempio: in questi ultimi mesi abbiamo dovuto nominare nuovi responsabili del coro, in sostituzione di quelli che ci hanno progressivamente lasciato, accontentandoci di persone sempre meno preparate. Adesso sappiamo che cosa vuol dire la mancanza di collaboratori esperti, coloro che "hanno tirato il carro" per molti anni in parrocchia.
 
 
Questa migrazione che coinvolge così tante persone e famiglie intere è spontanea e disordinata. Le persone che fuggono si espongono a pericoli non meno gravi del rimanere ad Aleppo sotto le bombe, finanche al rischio della morte, come testimoniano le tragedie che si consumano in mare o lungo le rotte di terra. In parecchi casi di famiglie emigrate, una volta in salvo, si verifica la "rottura" della famiglia stessa in quanto i genitori non riescono a superare la prima durissima fase dell’adattamento, quella dello "choc culturale". Oppure perché il cambiamento repentino delle condizioni di vita influisce pesantemente sulla sfera psicologica, con la perdita della pace interiore, rendendo le persone fortemente vulnerabili.
 
 
Noi frati che siamo i responsabili di questa parrocchia in Aleppo cerchiamo di fare l’impossibile per frenare questa emorragia, sostenendo sia le singole persone sia le famiglie in tutti i modi possibili. Non possiamo però costringere nessuno a rimanere e nemmeno, d’altro canto, incoraggiare alcuno ad andarsene. Con il prolungarsi di questa situazione di caos totale e di mancanza di sicurezza, di elettricità e di acqua, di gasolio, di cibo, di lavoro, non è certamente difficile comprendere perché così in tanti decidano di lasciare.
L’Europa deve saper accogliere la parola franca e diretta di papa Francesco che più volte, a sua volta, ha invitato ad accogliere i profughi, e insieme ha insistito sul dovere di riconoscere le ragioni vere di questa emigrazione per poter tentare di risolvere i drammatici problemi che ne sono alla radice. Questo è fondamentale poiché significa cambiare il modo di fare politica, passando attraverso una profonda "conversione" del pensiero e dell’azione. Purtroppo però diversi Paesi si soffermano – quando lo fanno – solo all’ascolto della prima parte del richiamo del Papa, chiudendosi ed ignorando del tutto la (più difficile) seconda parte.
 
 
Riguardo al tema dell’accoglienza dei profughi il nostro giudizio, fondato sull’esperienza, ci fa dire che bisogna esprimere la carità, ma la carità nella verità. Bisogna aprire le frontiere e prendersi cura di tutte le persone sofferenti senza distinzioni, ma è anche necessario non smettere mai di discernere e di valutare: tanti nostri fratelli cristiani che si sono trasferiti in Europa ci hanno raccontato di essersi trovati durante il viaggio vicini anche a persone che erano migranti come loro, ma che portavano dentro di sé i "semi" dello Stato Islamico, ed erano così certi dell’impunità da parlarne ad alta voce senza alcuno scrupolo.
Noi non ci stanchiamo di ripetere che abbandonare la Siria al suo destino, così come tutto il Medio Oriente, sarebbe un dramma per l’umanità intera. Ma anche che questa situazione è già un danno incalcolabile per la testimonianza della presenza storica di Cristo, una ferita lancinante inferta all’annuncio del Vangelo, che mai dovrebbe cessare di risuonare in questa terra. A nessuno il Signore ha dato il permesso di sradicare l’albero del cristianesimo innestato e radicato qui da duemila anni, irrigato dal sangue dei martiri e dalla testimonianza di innumerevoli santi. Dicendo "nessuno", mi riferisco non solo al fondamentalismo islamico ma anche a noi, che siamo la bimillenaria Chiesa d’Oriente.
 
 
Con questa consegna c’è in noi la certezza che Dio è presente anche oggi, anche qui tra le macerie di Aleppo, che «le porte degli inferi non prevarranno…» e che il Signore fa scaturire sempre un "di più" di bene per chi lo ama, anche dal male. Noi continuiamo a incoraggiare la nostra gente a «sperare contro ogni speranza», portando con coraggio la croce di ogni giorno. Come diceva san Giovanni Crisostomo in una lettera scritta durante il suo ultimo esilio, le nuvole nere e le tempeste che attraversano l’intera storia della Chiesa annunciano già il «bel tempo» che arriverà l’indomani. Nella nostra preghiera assidua troviamo l’energia per continuare a vedere con gli occhi del cuore che c’è qualcosa di bello e luminoso che spetta, dopo questa tempesta, alla Chiesa d’Oriente: è l’attesa, non vana, di un tempo nuovo per la testimonianza e l’espansione del Regno di Dio.
 
*frate francescano e parroco della chiesa di San Francesco ad Aleppo