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Foto. L'altra vita di un fotografo siriano rifugiato in Germania

venerdì 1 dicembre 2017

© Eyad Abou Kasem. A Small Forest on the Other Side

Il siriano Eyad Abou Kasem racconta dall’interno il suo viaggio fino al campo profughi di Würzburg, in Baviera: «Il campo è un posto “in mezzo”. È una pausa dal viaggio, in generale dal viaggio della vita. Alcuni sfortunati trascorrono anni in attesa, altri fanno che quella sia la loro casa e crescono là nuove generazioni». La sua è un'interrogazione visiva su quello che è il limbo dei campi profughi ed è la conseguenza della sua diretta esperienza: Eyad, nel 2015 quando le frontiere sulla rotta balcaniche erano ancora aperte, lasciò Damasco e si mise in viaggio verso la Germania. Aveva con sé la sua macchina fotografica e 7 rulli di pellicola in bianco e nero: «Ho lasciato la mia casa - racconta il fotografo siriano - per andare in Europa, viaggiando in Turchia, attraversando la Grecia su un barcone». In Germania ha fatto richiesto di asilo e gli è stato assegnato un posto nel campo profughi di Würzburg, in Baviera.

«Quando sono arrivato in Germania - spiega ancora Eyad Abou Kasem - ho fatto le fotografie con una piccola fotocamera digitale. È una sorta di diario fotografico in cui cerco di mostrare cosa accade nella mia mente. È un modo per descrivere i miei sentimenti rispetto alla situazione in cui mi sono trovato come un nuovo rifugiato, che riflette l’esperienza complessiva dei rifugiati. Lasciare il mio Paese in guerra per venire a vivere in un campo profughi mi riempie di sentimenti contrastanti che non ho mai provato prima. Questi sentimenti sono inquietanti e gravano pesantemente e talvolta sono anche assurdi, partono da qualcosa di piccolo o da questa condizione sconvolgente dove mi ritrovo, arrivando al mio futuro nebbioso».

Le foto di Eyad Abou Kasem, assieme a quelle di altri fotografi emergenti, sono state selezionate da Emerging Talents, un progetto curatoriale ideato e prodotto dall’associazione Culturale PhotoTales, che dal 2014 promuove il lavoro inedito in Italia di giovani fotografi attraverso mostre, proiezioni e incontri. Allo spazio Factory del Macro - Museo d’Arte Contemporanea Roma di Roma dal 2 al 17 dicembre è possibile attraverso gli scatti selezionati intraprendere un viaggio fotografico più ampio sul tema delle migrazioni. «Abbiamo scelto questi lavori perché rappresentano tre modi diversi di raccontare le migrazioni e il nostro presente. Si tratta di tre linguaggi molto personali. Il lavoro del siriano Eyad è una sorta di diario fotografico, intenso e autentico. Gratacap è stato due anni come inviato di Le Monde nei campi profughi in Tunisia prima di iniziare il suo progetto "Empire". Ne è venuto fuori un racconto onirico che avvolge i migranti in un'atmosfera rarefatta. Cupelli invece utilizza la fotografia documentaria più vicino al fotogiornalismo, con immagini in bianco e nero, che raccontano il tema delle migrazioni dai balcani».


Le cicatrici dei profughi sulla rotta balcanica

Nadab – che in arabo significa “cicatrice” – è un progetto fotografico di Alessio Cupelli realizzato in collaborazione con l’ong Intersos allo scopo di raccontare la diaspora dei migranti. Il titolo si riferisce alle cicatrici lasciate nell’anima e nel corpo di chi è costretto a lasciare il paese di provenienza, ma soprattutto a quelle che affondano le proprie radici nella nostra memoria, mettendo in luce i conflitti non risolti del cosiddetto Occidente. L’autore ci porta a riflettere su come queste cicatrici, tutt’altro che rimarginate, siano oggi diventate i canali principali su cui transitano milioni di persone. Il progetto nasce nell’ottobre del 2015, nel momento più caldo della rotta balcanica. Attraversando l’Ungheria, la Croazia, la Serbia, la Macedonia e la Grecia, lo sguardo del fotografo rivela le conseguenze della chiusura delle frontiere da parte dell’Europa e poi si sposta in Libia e in Giordania dove milioni di sfollati vivono nei campi profughi senza più nessuna possibilità di andare avanti e con la paura di essere rimandati indietro. Mediante un punto di vista intimo, attento a far emergere la dignità dei soggetti ritratti assieme a silenzi lontanissimi dal chiasso a cui il clamore mediatico su questi argomenti ci ha abituato, Nadab ci racconta le storie di queste persone bloccate alle periferie di un occidente in cui la storia si ripete.

Choucha è un campo profughi in Tunisia alla frontiera con la Libia

Il campo profughi Choucha - spiega il fotografo Samuel Gratacap - è «un posto sovraesposto alla luce e con persone sovresposte ai media. La connessione con il tempo non è più la stessa, i giorni sono inutili. La sabbia distrugge tutto e rende il tessuto delle tende troppo fragile. Choucha è stata ufficialmente chiusa nel giugno 2013 e circa trecento persone sono rimaste senza cibo, acqua, elettricità... Le famiglie e alcune delle persone che sono state 'rifiutate' per chiedere asilo sono uscite da lì all'inizio del 2014, e tornate in Libia per raggiungere l'Italia per mare. 'Tre anni a Choucha, e finisci per trasformarti in un vecchio', mi ha detto una volta Amidou. 'Neanche un quarto d'ora', mi disse una volta Omar, un giovane del Gambia; 'Se avessi sicurezza nel mio paese, non avrei soggiornato qui in questo campo, neanche un quarto d'ora'».