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L'intervista. Vidino: i giovani si radicalizzano sul web

Lucia Capuzzi giovedì 28 agosto 2014

​«Era solo questione di tempo. In Europa il “jihadismo autoctono” esiste da una quindicina d’anni. A uccidere il giornalista Daniel Pearl, nel 2001, fu la mano di Omar Saeed Sheikh, nato e cresciuto in un’ottima famiglia inglese. In Italia, le prime avvisaglie risalgono a quattro o cinque fa». Lorenzo Vidino segue con attenzione l’evolversi del fenomeno. Esperto di terrorismo internazionale e, al momento, collaboratore dell’Istituto di politica internazionale (Ispi) di Milano, per cui ha pubblicato “Il jihadismo autoctono in Italia”, Vidino considera l’Italia ancora una “periferia” del radicalismo islamico. «Quest’ultimo esiste ma su scala ridotta rispetto al resto del Continente», spiega.Cioè?In base alle stime più attendibili, dall’Occidente sono andati a combattere in Siria con i vari gruppi radicali, 2-3mila persone in totale: non solo immigrati di seconda generazione ma anche convertiti. Sei-settecento sono partiti dalla Francia, 500 dalla Gran Bretagna, trecento dal Belgio, 150 dall’Olanda e altrettanti dalla Danimarca. In Italia, parliamo di una cinquantina. Negli ultimi anni ci sono stati dei casi che hanno, però, fatto “drizzare le antenne” alle autorità. Lo spartiacque è stato l’arresto di Mohammed Jarmoune, nel marzo 2012, dalla Procura di Brescia, sospettato di pianificare un attacco alla comunità ebraica di Milano. È stato il primo caso di un cittadino cresciuto nella Penisola, benché di origini marocchine, giudicato da un tribunale italiano. Nel giugno 2013 c’è stata l’inchiesta su Anas al-Abboubi, assolto e ora in Siria, fra i combattenti di Is. E, in contemporanea, sempre a Damasco, è morto Ibrahim Giuliano Delnevo, dove si era unito a una formazione estremista. Delnevo era genovese: è stato, dunque, il primo convertito italiano entrato nelle file radicali. A chi parte realmente, si deve aggiungere un variegato mondo di “jihadisti da tastiera”: i simpatizzanti che sul Web condividono messaggi fondamentalisti o partecipano a discussioni “estreme”.

Quanto conta Internet nel processo di radicalizzazione?Molto. È una delle principali differenze con il passato. Mentre negli anni Novanta era la moschea l’agente di radicalizzazione, ora no. I nuovi jihadisti sono ragazzi giovani o giovanissimi che apprendono i fondamenti dell’estremismo islamico navigando sul Web. E sempre attraverso quest’ultimo entrano in contatto con altri con idee affini. In questo, possiamo dire che Is ha compreso molto meglio di al-Qaeda l’importanza di Facebook e Twitter. Del resto, lo Stato islamico ha un pensiero poco strutturato e ben pochi ideologi di riferimento. Ai lunghi sermoni di al-Zarqawi si sono sostituite le stringate dichiarazioni di al-Baghdadi. Che alla parola sostituisce l’azione. Dunque si adatta bene alla brevità dei Social Media per veicolare il messaggio. È attraverso queste piattaforme che trovano l’aggancio per partire.

Si ha l’impressione di una maggiore partecipazione di jihadisti occidentali rispetto ad al-Qaeda...È una questione logistica: partire per la Siria è estremamente semplice. Con 100 euro si vola fino alla Turchia e da lì si oltrepassa il confine. Non a caso si è coniato il termine di “jihad low cost”.