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Washington. Usa, licenza di uccidere ancora

Elena Molinari martedì 30 giugno 2015
I 43 minuti di agonia di Clayton Lockett in Oklahoma e la tortura di Dennis McGuire in Ohio, spirato dopo aver urlato per un quarto d’ora, non rappresentano una «pena crudele e inusuale». Altri condannati a morte potranno ricevere in futuro la stessa iniezione letale che lo scorso anno ha messo fine alla vita del 38enne afroamericano. Nell’ultimo giorno dell’anno giudiziario, la Corte Suprema americana ha sentenziato che il protocollo improvvisato negli ultimi due anni da alcuni Stati per sedare un condannato, paralizzarlo e poi arrestare il suo cuore, non viola la Costituzione Usa.  La maggioranza dei massimi giudici americani ha dunque respinto l’ipotesi, avanzata da alcuni detenuti nel braccio della morte, che il Midazolam, un sedativo cui le carceri americane hanno fatto ricorso quando l’Europa ha vietato l’esportazione di farmaci per l’uso nelle iniezioni letali, esponga i condannati al rischio di una morte dolorosa. Ancora una volta questa Corte si è rivelata divisa, e la decisione è stata raggiunta a maggioranza risicata, con cinque voti favorevoli al mix di droghe e quattro contrari. Ora i 32 ordinamenti americani dove si pratica la morte di Stato (anche se solo 17 hanno portato a termine esecuzioni negli ultimi quattro anni) avranno maggiore spazio di manovra per far fronte alla mancanza di sedativi che li ha costretti ad altare i protocolli per le iniezioni o a sospendere le esecuzioni. In alcuni casi, come in Arizona, gli Stati hanno disposto leggi che rendono illegale rivelare ai media o agli stessi condannati a morte sia la composizione dei cocktail letali che i nomi dei fornitori dei farmaci. Il Midazolam era stato usato nelle camere dalla morte Usa per la prima volta nel 2014, e immediatamente aveva creato problemi, soprattutto in Ohio e Oklahoma. La tortura di Clayton Lockett in particolare provocò proteste da tutto il mondo, e lo stesso Barack Obama affermò che quell’esecuzione non aveva rispettato gli standard di umanità. La decisione di ieri è stata determinata dal voto di Anthony Kennedy al fianco dello schieramento conservatore della Corte, composto dal presidente John Roberts, Samuel Alito, Antonin Scalia e Clarence Thomas. Il giudice, nominato da Ronald Reagan, è diventato l’ago della bilancia tra i due schieramenti. Venerdì scorso aveva votato con i liberal (Sonia Sotomayor, Ruth Bader Ginsburg, Stephen Breyer e Elena Kagan) in favore della decisione che ha legalizzato i matrimoni gay in tutti gli Stati Uniti.  Nell’argomentazione della maggioranza si afferma che i condannati che hanno presentato ricorso non sono stati in grado di presentare «un metodo alternativo che garantisca minore rischio di sofferenza». Non hanno, inoltre, dimostrato che l’utilizzo di massicce dosi del sedativo sotto accusa «esponga a un sostanziale rischio di severe sofferenze». Non è stata, quindi, accolta la tesi che violi l’ottavo emendamento della Costituzione che vieta «punizioni crudeli o insolite». La sentenza è arrivata dopo una fase di dibattimento insolitamente tesa, durante la quale vi sono stati animati scambi tra i giudici conservatori e quelli liberal.