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Usa. Dai giuristi primo sì all'impeachment per Trump

Paolo M. Alfieri giovedì 5 dicembre 2019

Il presidente Usa Donald Trump

"Donald Trump deve essere messo in stato di accusa": non hanno alcun dubbio i tre autorevoli costituzionalisti chiamati ieri a testimoniare dai democratici nella prima, infuocata udienza della commissione Giustizia della Camera, incaricata di proseguire l'indagine di impeachment e di redigere gli articoli da contestare dopo il primo sì della commissione Intelligence, anch'essa controllata dai dem. Il rapporto accusa il presidente di ostruzione della giustizia e abuso di potere per aver "sollecitato l'interferenza di un governo straniero, quello dell'Ucraina, per trarre vantaggio nella sua rielezione", mettendo così "i suoi interessi politici e personali al di sopra di quelli degli Stati Uniti".

Si tratta delle pressioni su Kiev affinché indagasse sul suo rivale nella corsa alla Casa Bianca Joe Biden e su suo figlio Hunter, che sedeva nel board della società energetica ucraina Burisma quando il padre gestiva la politica Usa nei confronti di quel Paese. Pressioni alimentate con il blocco degli aiuti militari Usa. A dissentire è solo Jonathan Turley, docente della George Washington University Law School, l'unico testimone citato dai repubblicani: ma non tanto per i fatti, meritevoli a suo avviso di essere indagati, quanto per la brevità di un processo "sgangherato" e l'incompletezza delle prove, col rischio di creare un precedente pericoloso per i futuri presidenti. L'udienza ha inflitto un nuovo colpo d'immagine a Trump. Noah Feldman (Harvard Law School), Pamela Karlan (Stanford Law School) e Michael Gerhardt (University of North Carolina School of Law) hanno spiegato che le azioni del presidente rientrano chiaramente, sul piano storico e giuridico, tra quelle degne di impeachment.

"Questo è un golpe guidato dai democratici", ha accusato il deputato Doug Collins, il più alto in grado tra i repubblicani nel panel. Ma i dem accelerano e puntano ad un voto alla Camera entro Natale. Poi a giudicare, in gennaio, sarà il Senato, dove i repubblicani hanno la maggioranza e al momento non ci sono i due terzi dei voti per arrivare ad una condanna.

La procedura

Con l'audizione dei quattro giuristi, che hanno fornito il loro parere tecnico, la procedura di impeachment nei confronti del presidente degli Stati Uniti è entrata nella fase decisiva. Quella di ieri è stata la prima audizione pubblica della commissione che dovrà valutare il peso delle testimonianze raccolte da sei commissioni inquirenti nelle scorse settimane. Non sono stati annunciati, al momento, né nuovi appuntamenti pubblici né quando cominceranno le votazioni finali. I membri della Camera esprimeranno il loro parere sugli articoli che compongono la richiesta di impeachment di Donald Trump.

Per essere approvata la richiesta di impeachment serve la maggioranza semplice dei voti: essendo i membri 435, basterà la metà più uno, 218. Alla Camera i democratici detengono la maggioranza con 233 voti, contro i 197 dei repubblicani. Completano il conteggio un indipendente e quattro seggi vacanti. I rappresentanti voteranno ogni singolo articolo, per cui potrebbe verificarsi la situazione in cui l'impeachment venga votato ma non per tutti gli articoli in cui si contestano "condotte criminose" o "illegittime". Basta l'approvazione anche di un solo articolo, per procedere con l'impeachment.

L'approvazione apre la seconda e ultima fase: la discussione al Senato, dove potrebbe aprirsi un nuovo processo, con chiamata di testimoni, come ha fatto intendere Trump. È questo l'unico organo deputato a decidere se il presidente debba essere rimosso o no. Per l'impeachment serve il voto di due terzi del Senato, equivalente a 67 membri sui cento che lo compongono. Attualmente la maggioranza è repubblicana: 53 contro 45 democratici, più due indipendenti liberal. Se Trump non verrà incriminato, resterà alla Casa Bianca. Toccherà poi agli americani decidere se rieleggerlo il 3 novembre 2020.