Mondo

Nuovi occhi sulle persecuzioni. E voci. L'urgente impegno

Andrea Lavazza martedì 17 marzo 2015
«I cristiani sono perseguitati e versano il sangue solo perché cristiani», e questa persecuzione viene celata. L’accorata preghiera che il Papa ha elevato domenica, appena saputo dell’ennesima strage contro le comunità cattolica e riformata del Pakistan, ha messo il mondo di fronte alle proprie responsabilità. Responsabilità di riconoscere una volta per tutte che una parte dei cristiani sono posti come obiettivo esplicito di attacchi pianificati che hanno lo scopo di impedire le fondamentali libertà di culto e di pensiero. È certo inutile nascondersi che tale riconsiderazione concettuale e politica della situazione in alcuni scenari planetari, dal Vicino Oriente allo stesso Pakistan alla Nigeria, per nominare solo i più infuocati tra quelli "caldi", ha conseguenze assai rilevanti e scomode. Ma senza questo mutamento di prospettiva non sarà possibile fare progressi significativi nel sostegno alle comunità messe nel mirino. Le stesse ripetute, e spesso enfatiche, dichiarazioni dell’Unione Europea sul tema si sono rivelate parole sterili proprio perché rivolte a generiche esplosioni di violenze che sono sfuggenti oggetti di intervento, come lo sarebbero le categorie della corruzione o delle rapine non altrimenti determinate.Si può fare qualcosa per i cristiani soltanto quando si prendano le loro parti, ovvero li si consideri soggetti deboli, i cui diritti sono minacciati e verso i quali esistano una simpatia umana e una solidarietà politico-umanitaria specifiche. Si consideri il Pakistan, dove alcuni cristiani sono stati linciati, arsi vivi o languono nelle carceri da anni con una condanna a morte già pronunciata, come la madre di famiglia Asia Bibi, senza alcuna seria prova che abbiano commesso il vago reato di blasfemia contro la religione musulmana. E dove le chiese sono frequente bersaglio dei fondamentalisti (è di due soli anni fa il sanguinoso attacco a Peshawar, che fece 127 vittime). Se non si prende atto – come peraltro ha esplicitamente affermato nella rivendicazione degli attentati di domenica il gruppo Jamaat-ul-Ahrar – che si colpisce la comunità cristiana per costringerla all’abiura o all’abbandono del Paese, non è praticabile nessun tipo di intervento teso a proteggerla. Il governo di Islamabad ha fortemente deplorato l’eccidio, così come molte realtà islamiche, ma la lettura è sempre relativa a una singola violenza da condannare, che colpisce i luoghi di culto come le scuole, i mercati e le caserme. La violenza è sempre da esecrare e da contrastare, ma difficilmente le società umane riusciranno a eliminarla totalmente, tanto meno in tempi brevi. Quello che va affermato senza timidezze è che un preciso gruppo religioso è sistematicamente nel mirino di un altrettanto precisa ostilità, che può essere il frutto di piccole organizzazioni terroristiche ma anche di un generale sentimento diffuso in una parte maggiore della popolazione. Per questo sia le autorità statali sia i leader della società civile devono essere i destinatari di messaggi e di azioni da parte di chi voglia difendere i cristiani in modo efficace. Ciò comporta sbarazzarsi delle timidezze e dei forse inconfessati retropensieri che frenano le istituzioni occidentali, come se i cristiani in quelle terre sollevassero pretese eccessive o, peggio, avessero qualcosa da farsi perdonare. Che i cristiani possano essere forti e ascoltati in alcuni Paesi non significa che lo siano in altri. L’ammissione che i cristiani sono per lo più invisi all’islam radicale (non solo: in India è l’induismo fondamentalista a colpire) risulta l’altra conseguenza con cui i fare i conti quando si muti lo sguardo sulle persecuzioni di cui stiamo trattando. Non c’è da sostenere che sia in atto una guerra di religione, ma non si può neppure minimizzare la portata dell’offensiva che una corrente musulmana in crescita da decenni sta mettendo in atto. Se dunque si ha la volontà di accogliere questi effetti scomodi di una riconsiderazione della condizione dei cristiani, allora c’è la possibilità di avviare una tutela di qualche utilità concreta. Il mondo (espressione che sta per molti "potenti" ma forse anche per un certo numero di cristiani timidi o arrendevoli) nasconde la persecuzione perché di fatto non sente simpatia e non ha intenzione di esprimere solidarietà verso le minoranze cristiane d’Asia e d’Africa, così come teme di inimicarsi i Paesi a maggioranza musulmana e le comunità islamiche. Ma istituzioni che fanno dell’universalismo etico (in buona parte eredità del cristianesimo) un proprio valore fondante non possono battersi per una minoranza aggredita e non per un’altra, pena il venire meno della propria legittimazione morale. Il richiamo di Francesco ci riporta a questa grave responsabilità.