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Spagna. Voto in Catalogna: indipendentisti ancora in maggioranza

Lucia Capuzzi, inviata a Barcellona giovedì 21 dicembre 2017

La polizia regionale catalana presidia le strade di Barcellona in vista del voto (Ansa)

Le elezioni più eccezionali della storia della Catalogna democratica si sono risolte nelle "elezioni-gattopardo". Tutto nel Parlament (Assemblea regionale) è cambiato, per restare uguale.

A vincere è stato il partito più unionista dell'arco politico: Ciutadans (costola locale di Ciudadanos) guidato dalla carismatica Inés Arrimadas, che ha ottenuto 36 seggi. Questa è riuscita a portare alle urne i quartieri della cintura urbana di Barcellona, dove in genere, la partecipazione è bassa e chi vota sceglie la sinistra. Ciutadans ha puntato sull'esasperazione dei cittadini dei sobborghi nei confronti dell'indipendentismo. E ha vinto.

L'affluenza è stata record - intorno all'83 per cento, un unicum per la regione ribelle - e una persona su quattro ha scelto l'opzione più dura nei confronti del separatismo, rispetto alla proposta di conciliazione del Partido socialista de Catalunya (Psc) e di Catalunya en Comú-Podem. Arrimadas, però, con tutta probabilità, non sarà capo della Generalitat (esecutivo catalano). Perché da sola non ha la maggioranza e il resto del fronte unionista - Psc (18 seggi), comuns (8), popolari (4) - difficilmente la appoggerà.

A governare sarà, invece, lo schieramento indipendentista. I tre partiti che lo compongono, superano la quota delle 68 poltrone necessarie per governare. E, a meno di cambiamenti repentini, il "president" sarà di nuovo Carles Puigdemont, leader di Junts pel Catalunya che, contro ogni previsione, ha battuto l'alleato-rivale Esquerra republicana de Catalunya, piazzandosi in seconda posizione, con 34 seggi. Per andare avanti, però, la nuova giunta secessionista avrà necessità dei 4 deputati d'ultrasinistra di Candidatura d'unitat popular (Cup).

Lo scontro con Madrid, dunque, sembra destinato a proseguire.

Il reportage. Un'indipendenza sbiadita porta la Catalogna al voto

I colori sono meno brillanti. Il sole del lungo “autunno caldo” della Catalogna li ha sbiaditi. Aggrappate ai balconi di Placa Diamant, le “esteladas” – le bandiere simbolo dell’indipendenza – hanno resistito alle inclemenze del tempo e della politica.

Sono sopravvissute a tre mesi di afa record, a un referendum separatista svoltosi tra le cariche della polizia, a una confusionaria dichiarazione di secessione che ha portato all’estero o in carcere i suoi autori, al commissariamento della regione. Ora che a Barcellona è arrivato l’inverno insieme al giorno del voto, i drappi continuano a presidiare il quartiere di Gràcia, roccaforte metropolitana dell’indipendentismo. Il centro della proclamata e mai decollata Repubblica catalana. Sono le “estaladas” – ravvivate dai fiocchi gialli, segno di solidarietà con i leader separatisti arrestati – a rompere il silenzio della vigilia elettorale, lanciando un messaggio muto e inequivocabile: «Som encara aquí», (ci siamo ancora). Seppur mal ridotte. Una metafora efficace dello stato in cui l’indipendentismo affronta le regionali più atipiche della storia della Spagna post-franchista. Perché convocate, oltretutto in un giorno feriale, da Madrid e non dalla Generalitat (esecutivo catalano). E perché i candidati dei principali partiti separatisti, Junts pel Catalunya alias Pdecat ed Esquerra Republicana (Er), sono una presenza “virtuale”. Carles Puigdemont, in autoesilio a Bruxelles, e Oriol Junqueras, recluso nella prigione di Estremera per sedizione, partecipano alla campagna attraverso messaggi registrati, lettere, videoconferenze. I due, inoltre, sommano alla lotta contro il composito fronte unionista, il duello interno per la leadership, presente e futura. Entrambi puntano ad essere la guida di un’ipotetica Generalitat, o quantomeno dell’opposizione.

In questo senso, la battaglia di oggi – quando 5,5 milioni di catalani sceglieranno il proprio esecutivo – conclude quella iniziata, sempre di giovedì, il 26 ottobre, quando Puigdemont e Junqueras si scontrarono sull’alternativa tra andare alle urne o procedere con lo strappo dalla Spagna. Non è un segreto che l’ex presidente incolpi Esquerra – «responsabile» di aver spinto sul- l’acceleratore – del caos degli ultimi mesi. Eppure, nonostante, gli evidenti problemi, i sondaggi danno al versante secessionista – inclusa l’ultrasinistra della Candidatura d’unitat popular (Cup) – circa la metà dei consensi.

«Sì gli indipendentisti ci sono. Manca però l’indipendenza. Il sogno si è frantumato di fronte alla realtà della dura reazione dello Stato, della fuga delle imprese e del mancato sostegno dell’Europa», afferma Enric Juliana, editorialista de La Vanguardia e analista politico. E, in ogni caso, compete con Ciutadans (costola locale di Ciudadanos) per l’apice della classifica, seguiti da Pdcat e socialisti. La formazione di centrodestra e la sua combattiva leader, Inés Arrimada, con la strenua opposizione allo “strappo”, sono riusciti a soppiantare il Partito socialista de Catalunya (Psc), succursale del Psoe, nell’immaginario dell’elettorato non indipendentista. Perfino – dicono le rilevazioni – nella “cintura rossa”, i quartieri operai intorno a Barcellona, come l’Hospitalet e Santa Coloma. Il centrodestra “classico” dei popolari e la nuova sinistra di Catalunya en Comú-Podem arrancano.

Al di là della difficoltà di trovare un accordo per governare insieme, i quattro partiti anti-secessione raccolgono, secondo gli analisti, l’altro 50 per cento delle preferenze. Segno che ci sono “due Catalogne”. «Finora queste due componenti hanno convissuto, non senza difficoltà, all’interno di un comune quadro normativo. Il processo indipendentista, il referendum, la risposta di Madrid, legittima ma non sempre opportuna, ha acuito la frattura che, di certo, le elezioni di oggi non risolveranno. Per sanarla, saranno necessari tempo e, soprattutto, politiche idonee. A cominciare dalla riforma costituzionale. Purtroppo è improbabile che questa venga realizzata data la scarsa volontà del Partito popolare. Oltretutto i socialisti sono lacerati dallo scontro tra il leader, Pedro Sánchez, e i “baroni'. In queste condizioni, il “problema Catalogna” sembra destinato a durare», spiega ad Avvenire Alfonso Botti, storico dell’Università di Modena-Reggio Emilia, tra i più noti studiosi europei di questioni spagnole.

Proprio lo spettro del “pareggio” tra pro e contro indipendenza – e la possibile accusa di brogli – ha spinto Madrid alla massima cautela. Oltre 17mila agenti e un “esercito” di 55mila volontari – 37mila mobilitati dal separatismo – presidieranno i 8.200 seggi. Alla chiusura, alle 20, non ci saranno exit poll: l’esame sarà manuale e alle 22 dovrebbero aver scrutinato circa l’80 per cento delle schede. Una bella sfida dato che si prevede una partecipazione record, oltre l’80 per cento. Gli indipendentisti, da parte loro, porteranno avanti un conteggio parallelo.

Terminata la “battaglia delle urne”, dunque, si profila all’orizzonte la guerra delle interpretazioni.