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LA SVOLTA DI BUDAPEST. L'Ungheria è "tentata" dai fantasmi del passato

Luigi Geninazzi sabato 3 luglio 2010
È un tuffo nel passato che affascina i visitatori della capitale magiara, sempre maestosa coi suoi imponenti edifici in stile liberty d’inizio Novecento, al culmine dell’impero asburgico. La piccola Ungheria di oggi ha ancora nostalgia di quando era grande, fino ad un secolo fa. Non si tratta di vaghe malinconie, ma di spinte forti e prepotenti che agitano la vita politica. C’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico nel cuore d’Europa. A Budapest soffia impetuoso il vento della destra che ha stravinto le recenti elezioni e ha riportato al potere Viktor Orban, il leader del partito conservatore Fidesz, che può contare sulla schiacciante maggioranza di due terzi del Parlamento. Torna la voglia di patria e i primi due atti del nuovo governo (vedi riquadro) rilanciano il concetto d’identità nazionale suscitando entusiasmi in patria e polemiche all’estero. E c’è qualcuno deciso a spingere sull’acceleratore, a costo di finire fuori strada.  È la destra estrema di Jobbik, il Movimento per un’Ungheria migliore che, giocando sul nome (in ungherese "jobb" significa sia destra sia migliore) e cavalcando il diffuso malessere sociale per la grave crisi economica, si è imposto come il terzo partito, 17% di voti e 48 esponenti in camicia nera eletti in Parlamento. «Orban ha scippato le nostre idee», ci dice Levente Muranyi, deputato di Jobbik ed eroe dell’insurrezione anti-sovietica del 1956. «Non solo ce le ha rubate, ma le ha depotenziate – si lamenta –. I suoi sono soltanto gesti simbolici per gettare fumo negli occhi». Murany è l’ideologo di Jobbik e non usa giri di parole: «Noi ci battiamo per la ricostruzione della Grande Ungheria (quella che esisteva prima del Trattato di Trianon, il quale privò il Paese di due terzi del territorio,ndr). L’Unione europea è prossima alla fine e tutto cambierà, le nazioni torneranno ad avere il loro ruolo». Quelle vere di nazioni, aggiunge sprezzante, «non come la Slovacchia che non è mai esistita: non è uno Stato, è una barzelletta».A Budapest si diffonde uno spirito revanscista, perfino una compagnia di taxi ha come simbolo la mappa della Grande Ungheria d’un tempo. E Jobbik ha saputo unire i richiami alla storia passata con le risposte aggressive che vengono date ai problemi attuali della società ungherese. Sta qui il segreto del "fascismo al gulash". Quando venne fondato nel 2003, «Jobbik era un partito radicale di destra, dominato da giovani studenti. Poi, sull’onda della rivolta di piazza contro il governo socialista nell’autunno del 2006, si è trasformato in un movimento populista, con connotazioni di protesta e contro la minoranza rom. E questo spiega la sua ascesa negli ultimi anni», osserva Miklos Szantho, politologo del Perspective Institute di Budapest. I governi di sinistra hanno portato l’Ungheria sull’orlo del baratro ed il rischio di finire come la Grecia non è stato del tutto sventato. Nel mirino di Jobbik ci sono i comunisti travestiti da imprenditori, i "neo-colonialisti" della Ue, gli stranieri che si sono comprati mezzo Paese. È il classico armamentario ideologico dell’estrema destra che sulle rive del Danubio si sposa con battaglie sociali "progressiste", come la lotta contro la violenza sulle donne portata avanti da Krisztina Morvai, euro-deputata e icona bionda di Jobbik. Ma il vanto, si fa per dire, degli ultrà ungheresi è la campagna lanciata contro la micro-criminalità degli zingari, un fenomeno che esaspera soprattutto gli abitanti nell’Est del Paese, dove i rom sono una presenza consistente (in tutta l’Ungheria 600mila, il sei per cento della popolazione). Non a caso, in questa regione Jobbik ha fatto il pieno di voti. «Ci chiamano fascisti e razzisti, però noi sappiamo affrontare i problemi reali della gente», dicono i giovani militanti del partito. «Raccolgono parecchi consensi anche tra gli universitari, il che smentisce il luogo comune secondo cui Jobbik fa leva sugli incolti e sugli emarginati», nota preoccupato Kantor Zoltan, ricercatore dell’Istituto ungherese per gli affari internazionali e preside di Scienze politiche all’Università cattolica di Budapest. I nuovi estremisti di destra portano avanti le loro battaglie in stretta unità d’azione con la Guardia nazionale ungherese, un gruppo paramilitare la cui uniforme nera è stata indossata provocatoriamente dal leader di Jobbik, Gabor Vona, quando è entrato per la prima volta in Parlamento. Nel suo gruppo siedono politici ferocemente anti-comunisti accanto a vecchi esponenti del passato regime, a conferma che gli estremi si toccano e riescono perfino ad andare a braccetto, accomunati dal populismo e dall’autoritarismo. Jobbik vuole essere la spina nel fianco di Orban. «Gabor Vona sperava di potere condizionare il governo di destra, ma Fidesz può contare sui due terzi dei seggi, quindi non ha bisogno di nessun sostegno esterno – spiega Miklos Szantho –. È perciò possibile che Jobbik venga spinto sempre più ai margini, finendo con il perdere consensi. Ma è difficile fare previsioni, perché si tratta di un partito nient’affatto unitario». L’estremismo di destra in Ungheria è cresciuto grazie alla politica catastrofica ed alle menzogne della sinistra al potere fino a due mesi fa. Jobbik si è sempre mosso nell’ottica dello scontro permanente ma ora che al governo c’è un partito di destra molto popolare è costretto a cambiare strategia. È una gara tra nazionalisti: fare dell’Ungheria un Paese all’avanguardia o rifare la "Grande Ungheria"?