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Il voto europeo. Nell'Ungheria che si chiude l'opposizione «giovane» vuole più Europa

Paolo M. Alfieri, inviato a Budapest lunedì 1 aprile 2019

Anna Donath nelle proteste a Budapest dello scorso dicembre, poco prima di essere fermata dalla polizia

Continua il nostro reportage all'interno dell'Ungheria che si avvicina divisa alle elezioni europee. Qui il reportage completo. Di seguito l'intervista ad Anna Donath, vicepresidente del gruppo di opposizione Momentum, seconda nella lista del suo partito per le europee.

Anna Donath è tutto quello che il governo orgogliosamente “illiberale” di Viktor Orbán potrebbe avere in mente quando accusa «attivisti addestrati all’estero» e «golpisti del network Soros» di essere dietro alle proteste degli ultimi mesi. Nipote di Ferenc Donath, figura importante della rivolta antisovietica del ’56, Donath ha studiato sociologia con un focus sull’immigrazione a Budapest e Amsterdam e ha svolto un tirocinio alla Commissione Europea prima di tornare in Ungheria, dove ha lavorato per una Ong che aiuta i richiedenti asilo. Oggi, a 31 anni, è vicepresidente di Momentum, giovane partito extraparlamentare che a maggio punta a entrare al Parlamento Europeo. Più di tutto, Donath è, nell’Ungheria di oggi, un volto simbolo: il suo arresto durante le proteste contro le nuove leggi sul lavoro – la sua colpa era di aver acceso un fumogeno – l’ha resa sinonimo di cambiamento per coloro che non sostengono il governo. «Alle elezioni europee – osserva negli uffici di Múzeum körút nel centro di Budapest, dove il via vai degli attivisti è continuo – gli ungheresi seguiranno i loro valori: il voto darà un’opportunità ai partiti più piccoli di mostrare che c’è chi vuole un’alternativa».

Come farete ad attrarre un numero sufficiente di elettori?
L’obiettivo di Momentum è di coinvolgere quelli a cui la politica non importa, perché senza di loro non è possibile mettere fine alle supermaggioranze di Orbán. Cerchiamo soprattutto i giovani, snobbati dagli altri partiti: per noi è più facile, apparteniamo a quella generazione, conosciamo gli strumenti per comunicare con loro. E poi ci rivolgiamo a quelli che si sono stancati della politica, che non credono in questo governo ma che hanno perso fiducia negli altri partiti.

Perché l’opposizione non parteciperà unita alle europee?
Con il sistema proporzionale non avrebbe avuto senso. Inoltre, l’opposizione è così frammentata e con posizioni così distanti che non è facile unirsi, se pensiamo che c’è anche Jobbik (partito radicale di destra, ndr).

Sull’immigrazione il messaggio di Orbán finora ha funzionato…
Nell’estate del 2015 c’erano migliaia di immigrati in arrivo: Orbán ha avuto la pericolosa intuizione di puntare sulle paure della gente, facendole passare per fatti reali. Nessuno ha detto agli ungheresi da cosa fuggivano i migranti. Dobbiamo certo proteggere le nostre frontiere, ma aiutare chi ha bisogno.

Quanto conta per il governo l’appoggio dei media?
Non ci sono più media indipendenti. Di recente alcuni oligarchi hanno riunito tutti i media sotto un’unica holding che sostiene Fidesz. È come la propaganda degli anni Venti in Germania: hanno tutti le stesse frasi, le stesse foto su tutti i giornali. «Migranti», «Soros», sempre le stesse parole: sanno che più le ripetono e più le persone finiranno per crederci.

Per lei è stata una buona scelta tornare in Ungheria?
Non credo sia stato un errore tornare qui, sento la responsabilità di restituire qualcosa alla società. Sempre più gente non ha libertà di scegliere, dobbiamo provare a cambiare la situazione. Qualsiasi sistema cade all’improvviso, non so se questo accadrà domani o tra dieci anni. Mio nonno è stato imprigionato tre volte, ma agiva per il cambiamento del sistema. È morto un paio di anni prima che il cambiamento arrivasse davvero ma non si è mai arreso: perché dovrei farlo io?

Com’è avvenuto il suo fermo?
È una tipica storia ungherese. Era nel mezzo delle proteste davanti al Parlamento. Alle 4 del pomeriggio era già buio e al buio le bandiere non si vedono. Per questo abbiamo portato dei fumogeni colorati per mostrare la nostra rabbia. Ero spalle alla polizia, sono venuti e in due secondi mi hanno presa. Sono stata in fermo per sette ore, ma la mia situazione ha provocato grande attenzione e ancora maggior frustrazione da parte della polizia.

Cosa le ha detto suo padre?
Era superorgoglioso di me. Mi ha detto: nella nostra famiglia sappiamo che, vivendo in un sistema politico ingiusto, essere arrestati è qualcosa di cui essere orgogliosi, perché significa non essersi piegati al sistema. Che poi è quello che fa Momentum: basta parlare, iniziamo ad agire. Il processo è lento, ma sempre più giovani non avranno paura e agiranno.