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La vita e la carriera. Un sogno americano alla prova della realtà

di Marco Olivetti giovedì 6 novembre 2008
Che la traiettoria di Barack Hussein Obama, il quale dal prossimo 20 gennaio sarà il 44° Presidente degli Stati Uniti ed il primo di etnia afroamericana, sia la migliore espressione del «sogno americano» è ormai quasi un luogo comune. È stato lo stesso senatore dell'Illinois a sottolinearlo, affrontando, durante le elezioni primarie del Partito Democratico, la questione razziale e l'influenza di essa sulla sua candidatura. Nel raccontare la sua storia personale - poco convenzionale per i parametri, pur molto vari, dei politici americani - Obama concluse di essere convinto che in un solo posto della Terra il suo sogno sarebbe stato possibile: e quel posto erano gli Stati Uniti. Nato nel 1961 dall'unione fra una americana bianca e un immigrato kenyota (Barack Hussein Obama senior, 1936-1982) che aveva ottenuto una borsa di studio dall'Università delle Hawaii, Obama jr crebbe in assenza del padre, tornato dopo pochi anni in Kenya. Visse dapprima alcuni anni a Giacarta, in Indonesia, ove la madre si era trasferita e ove nacque la sorella americano-indonesiana e rientrò successivamente alle Hawaii per godere di una scolarizzazione qualitativamente buona, che la madre intendeva assicurargli. Gli anni cruciali della sua adolescenza li passò quindi con i nonni materni, entrambi bianchi di classe media (la nonna materna è morta proprio alla vigilia della sua elezione). Dopo qualche anno ribelle, incluso il periodo del college alle Hawaii, il giovane Obama si trasferì a New York per concludere i suoi studi alla Columbia University e successivamente mise radici nella comunità nera di Chicago, lavorando come operatore sociale (community organizer). Nel 1988 tornò sulla costa orientale, per frequentare la Facoltà di Giurisprudenza di Harvard, la più nota del Paese, ove ottenne ottimi risultati e, nell'ultimo anno, fu il primo afroamericano chiamato a dirigere la Harvard Law Review, forse la rivista giuridica più famosa al mondo (per una bizzarra tradizione, la direzione delle riviste giuridiche americane è attribuita non ai professori, ma agli studenti più brillanti, sia pure sotto la supervisione di alcuni docenti). I corsi di diritto e l'elezione al Senato Uscito da Harvard, fece ritorno a Chicago, dapprima per uno stage in uno studio legale (ove conobbe la futura moglie, Michelle) e poi per iniziare l'attività politica. Un percorso, il suo, in rapidissima ascesa, che all'inizio di questo decennio lo portò ad essere eletto nel Senato dell'Illinois, mentre teneva corsi di diritto costituzionale come senior lecturer all'Università di Chicago. Nel frattempo si fece conoscere scrivendo un libro, "I sogni di mio padre", nel quale l'intreccio fra la sua vicenda personale e familiare e il sogno americano viene messo in evidenza. Una buona penna, quella di Obama, che si vede anche nel volume successivo, "L'audacia della speranza", nel quale delinea il suo progetto presidenziale. Ma ancora migliori della sua penna sono le sue capacità oratorie. È ad esse che Obama deve il grande salto sulla scena politica nazionale, che avviene nell'estate del 2004. Quell'anno il quarantatreenne senatore dell'Illinois è ancora un oscuro candidato a un seggio del suo Stato nel Senato degli Stati Uniti, ma gli viene chiesto di tenere il key-note speech alla Convention democratica che designa John Kerry e John Edwards come candidati alla presidenza degli Stati Uniti, contro il tandem repubblicano Bush-Cheney che cerca la rielezione. Il trampolino verso la Casa Bianca Il discorso di Obama è trascinante, e rientra a pieno titolo nella grande tradizione retorica americana: in esso l'aspirante senatore nero delinea un'immagine di America capace di unirsi al di là delle sue profonde divisioni e capace di incarnare il famoso "sogno", quello dei coloni, dei pionieri, di Lincoln, Kennedy e Martin Luther King. Pochi mesi più tardi Kerry è sconfitto da George Bush (rieletto con il più alto numero di voti nella storia americana) ed Obama conquista il seggio al Senato (nella prima elezione in cui si confrontano due candidati - democratico e repubblicano - entrambi afroamericani), iniziando la sua trafila in uno dei più augusti club del mondo (100 uomini, due per Stato, con enormi poteri di cui ogni Presidente deve tenere conto, se vuole realizzare qualche frammento del suo programma). Ma è in quei mesi che matura gradualmente il progetto di lanciarsi in un'altra battaglia, quella per la successione a Bush nel 2008. Un'impresa che, sulle prime, appare impossibile, non tanto per la forza del Partito repubblicano - che inizierà a declinare nel corso del 2006 per precipitare nelle elezioni di medio termine di quell'anno (anche a causa della stagnazione della guerra in Irak) - quanto per il peso dei possibili candidati democratici: la senatrice (ed ex first lady) Hillary Clinton, l'ex candidato vicepresidente John Edwards, il sei volte senatore Joe Biden e forse (ma la candidatura non si concretizzerà) l'ex vicepresidente Al Gore. La strategia di allargamento ai «nuovi elettori» Nonostante questo parterre des rois, il 10 febbraio 2007 Obama fa il grande passo e annuncia a Springfield, capitale dell'Illinois, la sua candidatura alla Casa Bianca. Sarà la campagna elettorale più lunga della storia americana e quella in cui verranno spesi più soldi. La strategia di Obama è puntare sui nuovi elettori, incentivando la registrazione di persone che non hanno mai votato, e di sfruttare l'elevato peso degli elettori afroamericani nei caucuses del suo partito: e sono proprio i caucuses a dargli la vittoria sulla senatrice Clinton, che fà meglio di lui nelle primarie vere e proprie, ottenendo, nel complesso, il suo stesso numero di voti. In quasi due anni di campagna elettorale, Obama deve affrontare molte critiche. Da quelle sicuramente fondate: l'assenza di esperienza di governo: dirà Rudolph Giuliani nell'estate 2008 che "Obama non ha gestito nulla, nada, nothing!"; le posizioni tendenzialmente libertarie su temi delicati, come l'aborto. A quelle forse in parte vere: utilizzare a suo vantaggio un apparente svantaggio, quello di essere afroamericano, proprio come la Clinton utilizza l'essere donna; ignorare la politica estera, ma è un'accusa fatta a tutti i candidati alla Casa Bianca, non ultimi Reagan, Clinton e Bush junior. A quelle sicuramente false, come quella di essere musulmano, facendo leva su un nome da lui stesso definito «buffo». Arriva l'«aiutino» della crisi economica Il senatore dell'Illinois dimostra sul campo grandi capacità organizzative e di gestione, creando una macchina elettorale gigantesca ed una delle più grandi mobilitazioni politiche della storia americana. Riesce poi a recuperare una tradizione, quella del populismo di sinistra, molto forte negli Usa con Roosevelt, Truman e Johnson, ma poi sommersa dal populismo di destra di Reagan e Bush junior. Quando, vinte le primarie democratiche, e conquistata a Denver la nomination del suo partito per la presidenza, rischia di essere etichettato dall'opinione pubblica come un intellettuale di Harvard lontano dalla gente comune, e la sua candidatura sembra in difficoltà, fra agosto e inizio settembre, di fronte al tenace senatore dell'Arizona John McCain, arriva un aiuto insperato dall'aggravarsi della crisi economica, dai riflessi della crisi dei mutui sulle famiglie americane e dal panico di Wall Street. È il definitivo decollo della candidatura: pur non avendo (come il suo rivale) chiare ricette per fronteggiare la crisi, la cavalca con populismo neoroosveltiano, promettendo una sorta di New Deal, forse confuso, ma certo più accattivante della mancanza di prospettive offerta da McCain. Capacità di leadership e di comprom