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Coronavirus. Un anno fa la prima vittima a Wuhan. L’Oms sbarca ora in Cina per indagare

Luca Miele lunedì 11 gennaio 2021

Il Medical Treatment Centre di Wuhan: qui lo scorso anno si è registrata la prima vittima di Covid

Quella data, e quella prima vittima, sono state uno spartiacque. Che ha tagliato, in modo netto, il “prima” dal “dopo”. Un “prima” fatto di silenzi e di reticenze ma anche, come emerso più tardi, di intimidazioni ai danni dei medici che denunciarono la minaccia di un misterioso virus, tentando di bucare proprio quel muro di gomma. Un “dopo” risoltosi in una una risposta massiccia al virus che in Cina è stato di fatto “imbrigliato” mentre nel mondo ha iniziato a galoppare.

Un anno fa, la Cina registrava e denunciava il primo decesso per Covid a Wuhan, nell’Hubei. Sulla megalopoli cinese calò il primo lockdown, pratica destinata a entrare drammaticamente nel nostro quotidiano. Undici milioni di abitanti isolati per 76 giorni. Da allora le ombre, che hanno fasciato i primi passi di una infezione poi diventata pandemia, non sono state affatto rischiarate da Pechino. Pesano sul gigante asiatico le accuse di poca trasparenza, così come il il ritardo nel fornire informazioni che, se date in modo tempestivo, avrebbero consentito di attrezzare una risposta più rapida al virus. Critiche respinte da Pechino, che ha sempre cercato di intrecciare una narrazione diversa sull’origine della pandemia, ma che hanno finito per toccare anche l’Oms, accusata da più parti di essere troppo benevola nei confronti del gigante asiatico.

Dodici mesi dopo, secondo i dati della Johns Hopkins Univerisity, nel mondo si contano più di 1,9 milioni di decessi legati alla pandemia (4.634 in Cina secondo i dati ufficiali odierni). E più di 90 milioni di contagi ( 87.536 in Cina).

Un anno fa i riflettori erano sul mercato di Wuhan. La Cina comunicava il decesso di un paziente, un uomo di 61 anni, descritto come un cliente abituale del mercato “incriminat”. «È stato confermato a Wuhan il decesso di un paziente con polmonite virale», scriveva l’agenzia ufficiale <+CORSIVO50>Xinhua<+TONDO50>. Qualche giorno prima, la tv statale Cctv parlò di polmonite virale da attribuire in via preliminare ad un nuovo tipo di coronavirus della stessa famiglia della Sars. Il 6 febbraio veniva confermata la morte di Li Wenliang, il 34enne medico eroe che per primo lanciò l’allarme sulla diffusione del coronavirus. Un anno dopo la conferma del primo decesso, la Commissione sanitaria nazionale ha annunciato che arriverà giovedì nel gigante asiatico il team dell’Organizzazione mondiale della sanità che indaga sulle origini della pandemia di coronavirus. Tutto dopo la «delusione» dei vertici dell’Oms per quelli che erano sembrati ostacoli da parte di Pechino.

Intanto i dati ufficiali parlano di 103 nuovi casi di Covid-19 confermati nella giornata di domenica, 85 di trasmissione locale (82 dei quali nella provincia di Hebei, dove da giorni preoccupa un nuovo focolaio) e i restanti ’importatì, oltre a 76 casi relativi a pazienti asintomatici (15 in arrivo dall’estero). I media della regione sottolineano come dallo scorso luglio la Cina non segnalasse più di 100 casi registrati nell’arco di 24 ore. E nel mezzo della corsa ai vaccini sono più di un milione le persone vaccinate a Pechino.

Il Dragone punterebbe a vaccinare (con prima e seconda dose) 50 milioni di lavoratori prima del Capodanno lunare, che cade il 12 febbraio, festività durante la quale si riuniscono tradizionalmente le famiglie, con grandi spostamenti di persone in tutto il Paese.
In occasione del Capodanno cinese 2020 si registrarono un miliardo e mezzo di spostamenti, la metà rispetto all’anno precedente, mentre Wuhan e molte altre parti del Paese erano in lockdown. Per quest’anno l’“invito” delle autorità cinesi è a evitare «viaggi non necessari» tra il 28 gennaio e l’8 marzo.