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REPORTAGE. L'ombra di Ebola in Uganda

Giulio Albanese giovedì 9 agosto 2012
​Ebola torna a far paura. È una parola quasi impronunciabile, che evoca nell’immaginario ugandese (e non solo) morte e terrore. In effetti laddove sono avvenuti i contagi sia in passato come anche col divampare improvviso di un nuovo preoccupante focolaio nel distretto di Kibaale (Uganda occidentale) la gente si difende dando alle fiamme tutto ciò che può essere venuto a contatto con le vittime dell’orribile epidemia, dalle abitazioni agli effetti personali. A parte le cifre dei decessi e dei contagi (mentre scriviamo, si parla di 16 morti e di 176 persone in isolamento per essere state a contatto con le vittime), il dato inquietante riguarda la lentezza della macchina dei soccorsi, nonostante il governo del presidente Yoweri Museveni respinga le accuse mosse da voci della società civile. Un portavoce del Ministero della Sanità, contattato telefonicamente, ha spiegato che «il governo ha seguito con grande cura l’emergenza, in contatto diretto con organizzazioni internazionali altamente specializzate, evitando comunque di dare adito a pericolosi allarmismi che, in simili circostanze, avrebbero potuto seminare il panico». Ma nel Paese sono in molti a dissentire. Basta leggere sui giornali locali le dichiarazioni del capo dell’unità di crisi "anti-Ebola" di Kibaale per comprendere la gravità della situazione. Steven Byaruhanga ha infatti dichiarato al Daily Monitor di Kampala che, a distanza di un mese dal primo decesso avvenuto al Kagadi Hospital nel distretto di Kibaale, «gli inceneritori non ci sono, l’elettricità va e viene, le pompe dell’acqua non funzionano, il sistema fognario è in condizioni penose e il cibo scarseggia». C’è voluto l’intervento del Centre of Disease Control (Cdc) di Atlanta perché da quelle parti giungessero finalmente i primi aiuti, in particolare le agognate tute per consentire ai soccorritori di intervenire evitando il contagio. Da rilevare che quando è avvenuto il decesso del primo health worker (operatore sanitario) di Kigadi, presso l’ospedale di Mulago a Kampala – per intenderci, una settimana prima che fosse dato l’annuncio ufficiale dell’epidemia il 28 luglio scorso – le autorità ugandesi hanno dato, a detta dello stesso Byaruhanga, la netta impressione d’essere prese alla sprovvista. Per evitare che possano esservi ulteriori contagi il responsabile sanitario di Kibaale, Herman Kabirigi, ha fatto sapere ai giornalisti che la zona dove si è manifestata l’infezione virale è stata circondata da un cordone di sicurezza per monitorare gli spostamenti della popolazione locale. Le più recenti epidemie di Ebola in Uganda si sono verificate nel 2000 nel distretto settentrionale di Gulu e nel 2007 nel distretto occidentale di Bundibugyo, rispettivamente con 224 e 37 decessi. Secondo autorevoli testimonianze raccolte a Kibaale , il contagio sarebbe partito da una bambina di tre mesi uccisa dalla malattia: almeno undici delle sedici vittime sarebbero parenti o amici della piccola, presenti al suo funerale. Sta di fatto che per quanto l’Organizzazione Mondiale della Salute (Oms) abbia rassicurato l’opinione pubblica ugandese, affermando perentoriamente che l’epidemia sarebbe sotto controllo, i fantasmi del passato riecheggiano tra la popolazione locale. Venerdì scorso chi arrivava all’aeroporto internazionale della capitale Entebbe – a pochissima distanza dal Uganda Virus Research Institute" (Uvri), dove vengono svolte le analisi di laboratorio – non trovava alcun ufficiale sanitario che informasse i passeggeri dell’epidemia in corso nel Paese. «È stato dimostrato" – spiega il dottor Gianfranco Morino, fondatore di World Friends, un’organizzazione umanitaria che da anni opera a Nairobi (Kenya) – che l’espressione "medicina tropicale" molte volte maschera quella che invece sarebbe giusto chiamare medicina del sottosviluppo o del mancato sviluppo, o ancora, meno eufemisticamente, medicina della povertà. Infatti, il tragico stato di salute delle popolazioni della fascia tropicale dipende non sempre da fattori climatici grazie ai quali determinate patologie si manifestano ma dal fatto che questi Paesi sono caratterizzati da una terribile mancanza di risorse, soprattutto economiche ma anche sociali, culturali e professionali». Un diritto negato quello alla salute, dunque, che esige un maggiore impegno a livello locale ma più in generale su scala planetaria. Certamente nel caso di Ebola la prevenzione non è facile in quanto non è possibile intervenire sul serbatoio naturale della malattia, che non è ancora stato identificato con certezza. La prevenzione dunque consiste soprattutto nel rispetto di alcune elementari misure igienico-sanitarie, nella capacità di una diagnosi clinica e di laboratorio precoce e nell’isolamento dei pazienti. Tutte cose che in Uganda si stanno finalmente attuando ma che sono avvenute, almeno in prima battuta, con notevole lentezza. Emblematica, a questo riguardo, la dichiarazione di Ignatius Besisira, parlamentare che rappresenta Buyaga East County nel distretto di Kibaale, secondo cui inizialmente, nonostante la sintomatologia nei primi pazienti fosse di per sé allarmante, «la gente era convinta che si trattasse di stregoneria». E potrebbe essere anche vero se, come recita la saggezza popolare di quelle terre prossime all’Equatore, «la peggiore stregoneria è l’indifferenza».