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Sant'Egidio. «Così in Ucraina costruiamo la pace a pezzi sotto le bombe»

Giacomo Gambassi, inviato a Leopoli lunedì 25 marzo 2024

È bianca la croce nel salone che fa da cappella, da doposcuola e da dispensario. Bianca perché è di alluminio rivestito in plastica. E forata in più punti dalle schegge. Quelle dei razzi e dei colpi di cannone russi che hanno devastato Irpin, la cittadina alle porte di Kiev che due anni fa, nel primo mese di guerra, ha fermato l’avanzata dell’esercito di Putin e per questo si è ritrovata con i cadaveri per strada o le case sventrate. Nella croce c’è ciò che resta degli infissi di alcune finestre bombardate e racconta il martirio non solo di una comunità ma di tutta l’Ucraina.

La croce creata con le finestre di Irpin colpite dalle schegge dei bombardamenti russi - Gambassi

Ha fatto 500 chilometri per arrivare fin qui a Leopoli, nell’hub di Sant’Egidio. Un ex ristorante che dal 13 marzo 2022, a tre settimane dall’inizio dell’invasione, è diventato il “santuario” degli sfollati di guerra nel capoluogo alle porte dell’Europa, crocevia per milioni di ucraini in fuga e ancora oggi terra d’accoglienza per 110mila rifugiati. Una casa del pane, del vestiario, dei libri, ma soprattutto «un luogo dove si può riprendere in mano la vita e dove la fraternità permette di trovare ragioni di speranza in mezzo a un conflitto che per adesso non sembra avere sbocchi», spiega il responsabile ucraino di Sant’Egidio, Yura Lifanse. Come accade negli altri quattro centri della Comunità sparsi per il Paese che, insieme con i carichi inviati in duecento località, hanno sfamato 370mila persone. E continuano a farlo. «Se c’è necessità di alimenti in una città considerata benestante come Leopoli, figurarsi nelle zone a ridosso della linea del fuoco dove si sopravvive soltanto grazie agli aiuti umanitari», aggiunge.

Il responsabile ucraino di Sant’Egidio, Yura Lifanse. - Gambassi

Sant’Egidio tocca con mano quello che ha certificato l’Onu: in 7 milioni hanno urgenza di cibo. «Dopo venticinque mesi di guerra il quadro si fa sempre più complesso. Abbiamo milioni di sfollati interni che hanno dovuto lasciare tutto. Non c’è lavoro. Mancano gli uomini perché sono già al fronte o vengono reclutati in numero maggiore. Un terzo delle famiglie non riesce a soddisfare i bisogni primari». E la crisi rischia di aggravarsi per la recente riforma dei sussidi statali ai profughi. Somme già ridotte all’osso: 2mila grivnia al mese (50 euro) per un adulto e 3mila (75 euro) per un bambino. «Un nucleo familiare riesce a malapena a pagarci l’affitto», chiarisce Yura.

La distribuzione degli aiuti umanitari nell'hub solidale di Sant'Egidio a Leopoli - Gambassi

Erano soldi automatici fino al 1° marzo. «Ora il governo ha annunciato verifiche. Ma già sappiamo che la metà degli sfollati li perderà. È il caso delle famiglie con due figli. Oppure di una mamma con un bambino che ha il marito arruolato: infatti lo stipendio di un militare supera la soglia massima che dà diritto al contributo». Una pausa. «Lo Stato non ha più soldi. O meglio, destina la quasi totalità dei fondi alla difesa. E ogni programma sociale è finanziato con le sovvenzioni dall’estero che però sono crollate». Da qui la scelta di tagliare.

L'hub solidale di Sant'Egidio a Leopoli, riferimento per gli sfollati di guerra - Gambassi

«Ecco perché la solidarietà è salvezza», afferma Yura accogliendo una delegazione polacca di Sant’Egidio. «Il nostro viaggio è un gesto di vicinanza mentre in Europa affiorano segnali di stanchezza e crescono le tensioni fra Polonia e Ucraina», fa sapere Magda Wolnik-Mierzwa, responsabile della Comunità di Varsavia. Lo testimoniano i blocchi alle frontiere che da settimane attuano agricoltori e trasportatori polacchi contro la corsia preferenziale per i prodotti ucraini, a cominciare dal grano. O lo rivelano i sondaggi secondo cui il 60% della nazione chiede di cancellare i benefici per i rifugiati accolti. «Abbiamo scelto di venire in Quaresima per risvegliare le coscienze, come fa papa Francesco che chiede di trovare nuove vie di dialogo», prosegue Magda.

La visita della delegazione della Comunità di Sant'Egidio di Varsavia - Gambassi

A impensierire è anche il giro di vite sull’importazione dei medicinali, vera priorità per il Paese. La Comunità ha rifornito duecento strutture sanitarie dell’Ucraina donando un milione di confezioni di farmaci e materiale ospedaliero. «Ora, per legge, ci è vietato farli entrare: vale per le ong. Solo i presidi sanitari li possono richiedere. L’intento è fermare il contrabbando. Però l’effetto è deleterio», spiega Tymur Budlianskyi, capo della logistica della Comunità. È lui che smista i quattro camion che ogni mese giungono da Roma. Ed è lui a guidare la squadra che si precipita nei luoghi dei bombardamenti russi intorno a Leopoli. Come è accaduto il 29 dicembre quando è stato attaccato un condominio. «Distribuiamo cibo e bevande calde a chi è sotto choc. Ma persino i guanti ai vigili del fuoco che scavano fra le macerie».

Tymur Budlianskyi, capo della logistica della Comunità di Sant'Egidio a Leopoli - Gambassi

La rete solidale di Sant’Egidio è lo specchio delle emergenze del Paese. I bambini, anzitutto, che per due terzi sono stati costretti a trasferirsi. «Abbiamo creato per loro nove Scuole della pace – sottolinea la coordinatrice Olga Makar –. Spesso i ragazzi non riescono più a conversare. Altre volte urlano. A uno di loro che si era infuriato ho chiesto perché; e mi ha risposto: “Non ho amici”». Poi le donne. Come Daria Besruk. Ha lasciato Kharkiv sotto le bombe. «E poco dopo l’appartamento è stato colpito da un missile: ho perso tutto in un attimo», racconta mentre riceve uno delle “buste della spesa” che sostengono 400 famiglie alla settimana. Ha tre figli. L’ultimo l’ha partorito da evacuata a Leopoli.

La volontaria Nadalia Kholodniak, la sfollata che aiuta gli sfollati - Gambassi

E ancora gli anziani, soprattutto rifugiati. «Sono molto vulnerabili», riferisce la volontaria Nadalia Kholodniak. Lei lo sa bene: è una sfollata come loro. Viene da una cittadina lungo il fronte vicino a Zaporizhzhia. «Eravamo in 14mila. Non c’è quasi più nessuno. Approdata a Leopoli, vagavo nei parchi da sola. Mi sentivo persa». Poi l’incontro con la Comunità. «Quando mi hanno detto che la mia casa era stata distrutta, qui ho ricevuto il primo abbraccio». Adesso lei ricambia. E ha una nipotina appena nata fra gli allarmi antiaerei. «Mio figlio l’ha chiamata Vira, che significa fede».

Ivanna Synytska, responsabile della Comunità di Sant'Egidio a Leopoli - Gambassi

«Quando le persone aiutano gli altri si liberano dalle sofferenze che portano dentro», chiarisce Ivanna Synytska, responsabile della Comunità di Leopoli. Anche Sant’Egidio ha avuto i suoi caduti in divisa. «Yura era l’amico dei poveri a Leopoli. È stato ucciso a 26 anni nell’oblast di Zaporizhzhia. Appena lo abbiamo detto ai poveri, si sono messi a piangere. E una donna mi ha mostrato le scarpe: “Queste me le aveva regalate lui”», racconta Ivanna. Lei è l’anima della preghiera per la pace che si tiene nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo dove si celebrano i funerali dei morti in guerra. «Il Vangelo ci assicura che il giorno della Risurrezione arriverà, ma il nostro Paese è fermo al Venerdì Santo – conclude Yura –. Il Papa parla di terza guerra mondiale a pezzi. Anche la pace può essere costruita a pezzi. E ogni atto di solidarietà nasconde in sé un’azione di pace. Perché ha la capacità di riassettare un tessuto umano lacerato».

La distribuzione degli aiuti umanitari nell'hub solidale di Sant'Egidio a Leopoli - Gambassi