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Ucraina. Cento giorni non sembrano bastare: «Rassegniamoci a una lunga agonia»

Lucia Capuzzi, inviata a Kharkiv venerdì 3 giugno 2022

Un miliziano filorusso distribuisce pane alla popolazione di Mariupol, sotto occupazione ormai da settimane

Trenta, settantacinque, venti. I numeri semplificano, spesso troppo. A volte, però, quando lo scenario è troppo ingarbugliato, aiutano a comprendere. Queste cifre, ad esempio, offrono una buona sintesi dei cento giorni da quando un frammento di «Terza guerra mondiale a pezzi» ha insanguinato l’Europa. Prima del 24 febbraio, Mosca controllava il 30 per cento del Donbass, la vasta regione sudorientale ucraina, corridoio tra il territorio russo e la Crimea. Ora il Cremlino se n’è aggiudicato i tre quarti.

Dopo un inizio, ad aprile, non proprio brillante, l’avanzata dell’esercito di Vladimir Putin procede cruenta, fino a insinuarsi nella “capitale”, Severodonetsk. Il prezzo per le truppe di Kiev è altissimo: tra i sessanta e i cento soldati molti al giorno. L’Ucraina sta, dunque, perdendo il conflitto? Ritorniamo ai numeri e soffermiamoci sul terzo: venti. Mosca ha sottratto a Kiev, in oltre tre mesi di battaglie, il 20 per cento dell’Ucraina.

Tanto in termini assoluti. In primo luogo, però, le terre conquistate si stanno rivelando difficili da gestire. Lo zar del Cremlino, inoltre, era partito dalla convinzione di far capitolare il Paese vicino in una manciata di giorni. Tale era la certezza che – secondo fonti ben informate – aveva dato ordine ai militari di portare negli zaini le uniformi da parata da indossare dopo l’entrata trionfante nella capitale. Kiev, però, ha resistito e respinto gli invasori. Lo stesso ha fatto la capitale industriale Kharkiv. Mosca è stata costretta a ridimensionare gli obiettivi e a ripiegare sul Donbass.

La Russia sta allora perdendo la guerra? Mentre una soluzione “win-win”, conveniente per entrambe, sembra sempre più difficile da trovare, giorno dopo giorno, aumenta il carattere “loose-loose” del conflitto. Le perdite, sia per Kiev sia per Mosca, sono enormi. E, paradossalmente, più aumentano, più il tempo bellico si dilata.

«Siamo molto lontani dalla pace. Lo dico sperando di sbagliarmi», afferma Yaroslav Hrytsak, docente dell’Università Cattolica di Lviv, supervisore del board di studi ucraini ad Harvard, storico tra i più noti del Paese e commentatore del New York Times. «Benché sia combattuta nell’era high-tech, questa è una guerra da “Ventesimo secolo”. Certo, l’impiego di droni, razzi e satelliti fa la differenza. Ma quest’ultima non è poi cruciale. Somiglia, per la precisione, al primo conflitto mondiale, anche esso iniziato come un blitz e trasformatosi in una guerra di posizione – spiega –. Quello russo-ucraino è uno scontro di attrito. La disponibilità a un accordo di pace dipende da quale dei contendenti resterà prima senza risorse per andare avanti.

Non conta solo il campo di battaglia. Una discriminante importante sono le risorse a disposizione. E l’Ucraina ha il supporto dell’Occidente e una forte motivazione». Proprio ciò che, secondo l’accademico, Mosca non ha compreso. «C’è un equivoco di fondo che ha originato l’invasione. Putin considera l’Ucraina una nazione artificiale.

Nel 1991, era fra i favorevoli all’indipendenza di Kiev perché era certo che non sarebbe durata. Il Paese sarebbe imploso e sarebbe tornato in ginocchio a implorare l’aiuto di Mosca. Se questo non è accaduto, per Putin è colpa dell’Occidente. È contro quest’ultimo che combatte seppur sul territorio ucraino». In gioco non c’è solo la sorte di Kiev, ma la ridefinizione della mappa dell’intera Europa orientale e dello spazio ex sovietico.

Una sconfitta e probabile caduta di Putin, secondo lo storico, innescherebbe una reazione a catena, con il crollo delle repubbliche separatiste di Abkhazia, Ossezia, Transnistria, Donetsk e Lugansk e del regime bielorusso. «L’Ucraina, al contrario, grazie a un nuovo Piano Marshall, diventerebbe la nuova tigre dell’Est. Il che cambierebbe completamente l’equilibrio di poteri. Se Putin vince, invece verrà il turno delle nazioni baltiche e della Polonia. Il suo obiettivo è ricacciare la Nato entro i confini del 1999. Ed erigere una nuova cortina di ferro».

Della stessa opinione Myroslav Marinovich, vice-rettore dell’Università Cattolica di Leopoli e noto dissidente durante l’epoca sovietica. «Putin è l’erede dell’Urss. È la reincarnazione del regime sovietico. Non della sua ideologia ma del modo di esercitare il potere. L’unica differenza è la capacità tecnologica, infinitamente maggiore, di cui dispone. E la sua propaganda, infinitamente più pervasiva e sofisticata di quella di Stalin, lo dimostra – sottolinea lo studioso –. Noi dissidenti, in qualche modo, avevamo previsto il putinismo. Spesso, leggendo i miei articoli degli anni Novanta mi vengono i brividi... A differenza di quanto avvenuto in Germania con il nazismo, nella società russa non c’è stata una rielaborazione dei crimini sovietici, un dibattito approfondito sul regime».

Quest’ultimo sarebbe rimasto in qualche modo latente in attesa di un uomo forte che sapesse ripristinarlo. Putin, appunto. «L’Occidente ha tutti gli strumenti – in primis quelli economici – per metterlo all’angolo. Però sembra avere paura di farlo. Forse per non destabilizzare la Russia quando, invece, Putin è una minaccia per i suoi stessi cittadini. O, forse, non vuole farlo dati i legami che lo zar ha saputo tessere». O, forse, ancora, invece di affrontarlo in modo diretto, vuole fiaccarlo costringendolo a una “guerra a tempo indeterminato” confinata nell’est dell’Ucraina, mentre l’ovest del Paese tornerebbe lentamente alla normalità. Uno dei troppi conflitti cronici del nostro tempo.

In questo panorama tragico, tuttavia, Hrytsak coglie due barlumi di speranza. «Questi cento giorni di guerra hanno contribuito più alla coesione della società ucraina di trent’anni di indipendenza. Si vede dall’empatia con cui gli abitanti dell’ovest accolgono i profughi dell’est, di lingua russa. Se, come diceva Ernest Renan, «una nazione è un referendum quotidiano», il mio Paese ha confermato il suo sì, dato già nel 1991».

Altro elemento fondamentale è la possibilità, concreta per quanto non immediata, di una riconciliazione con la Russia. In questo senso, il “precedente polacco” è incoraggiante. «Dopo essersi fatti la guerra per lungo tempo, in particolare per la città di Leopoli, all’indomani del crollo dell’Urss, il nuovo governo polacco ha messo tra le proprie priorità la riconciliazione con Kiev. E, innanzitutto, ha accettato che Leopoli era ucraina.

Nel 2002, leader politici, religiosi, intellettuali di entrambi i Paesi hanno fatto un gesto simbolico di incontro e perdono reciproco. Se ci siamo riconciliati con i polacchi perché non dovremmo farlo con Mosca? Quest’ultima deve essere disposta ad accettare i confini del 1991, seguita da una presa di consapevolezza collettiva. Non sarà facile né veloce, ma sono fiducioso».