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Usa. Sessions al Congresso: nessun incontro con i russi. Tutti i guai di Trump

Paolo M. Alfieri martedì 13 giugno 2017

Il segretario alla Giustizia Usa, Jeff Sessions, depone al Congresso (Ansa)

Dopo l’ex direttore del Fbi James Comey, è stata la volta di Jeff Sessions. Per la prima volta da quando la sua nomina è stata confermata lo scorso febbraio, il segretario alla Giustizia Usa si è presentato oggi alle 20,30 italiane davanti ai membri della commissione Intelligence del Senato americano. Si tratta della stessa che l’8 giugno ha ascoltato la prima testimonianza pubblica di Comey da quando fu licenziato dal presidente Donald Trump lo scorso 9 maggio. L'obiettivo è sempre lo stesso: raccogliere ulteriori elementi da usare nell'inchiesta Russiagate, sulla possibile interferenza della Russia nelle ultime elezioni presidenziali e sui potenziali contatti tra la campagna Trump e funzionari russi. Come quella di Comey, anche l'audizione di Sessions, tra i primi ad appoggiare Trump nella sua corsa alla Casa Bianca, sarà pubblica.

Session al Congresso: nessun incontro con funzionari russi

"Non ho partecipato ad alcun incontro con i funzionari russi sulle elezioni e non ricordo alcun incontro con l'ambasciatore russo Sergei Kislyak", ha dichiarato il ministro della giustizia americano Jeff Sessions
parlando in Congresso davanti alla commissione Intelligence. "Non sono a conoscenza di collusioni
tra la Russia e la campagna elettorale di Donald Trump", ha continuato, aggiungendo che L'idea che "io sia colluso con la Russia" per "colpire questo Paese" è "una bugia odiosa e sconcertante".

In quanto all'ex direttore dell'Fbi ha precisato: "Ho detto a James Comey di seguire le regole del Dipartimento di giustizia nei colloqui con il presidente Donald Trump".

Ecco perché questa testimonianza era molto attesa

La sua testimonianza era particolarmente attesa alla luce di quanto successo a marzo, di quanto dichiarato da Comey cinque giorni fa (quando diede del bugiardo a Trump) e di quello che potrebbe succedere nel prossimo futuro. All'inizio di marzo, Sessions decise si astenersi dal Russiagate all'indomani di indiscrezioni del Washington Post: il giornale della capitale riferì che durante la sua audizione alla commissione Giustizia del Senato per la conferma della sua nomina, Sessions non disse che durante la campagna 2016 aveva incontrato due volte l'ambasciatore russo in Usa Sergeij Kislyak (lo stesso che vide anche Michael Flynn, l'ex consigliere alla Sicurezza nazionale di Trump costretto a dimettersi perché aveva fuorviato il vicepresidente Mike Pence su quegli incontri). Tirandosi fuori, Sessions affidò l'inchiesta al suo vice Rod Rosenstein, che in seguito al siluramento di Comey la passò a un procuratore speciale, anche lui un ex direttore del Fbi, Robert Mueller, che secondo alcune fonti Trump starebbe ora pensando di allontanare.



La commissione del Congresso tra l'altro vuole capire se Sessions ha avuto un ruolo nel licenziamento di Comey e nella nomina da parte di Trump del suo successore (Christopher Wray). In questo caso, potrebbe avere violato i termini della sua astensione dal Russiagate.

Il blocco del "travel ban"

La testimonianza di Sessions rischia di essere solo l’ultima di una serie di questioni problematiche per la Casa Bianca. Ancora ieri un nuovo tribunale d’appello ha bloccato la seconda versione del “travel ban” di Trump, il decreto che ha l’obiettivo di fermare gli ingressi negli Usa per tutti i rifugiati e i cittadini di sei Paesi a maggioranza islamica. La Casa Bianca ha confermato che farà ricorso alla Corte Suprema, dove la legittimità dell’ordine di chiusura parziale delle frontiere del presidente dovrà essere decisa in ultima istanza.

Accuse di corruzione

Nel frattempo i procuratori dello Stato del Maryland e della capitale Washington hanno citato in giudizio Trump per avere accettato denaro da governi stranieri attraverso il suo impero aziendale, in violazione della Costituzione Usa. È la prima volta nella storia americana che un rappresentante della Giustizia di uno Stato Usa fa causa alla Casa Bianca per sospetta corruzione.
Da quando si è insediato a gennaio, Trump ha affidato la gestione ordinaria delle sue attività ai figli maschi adulti, ma resta coinvolto nelle sue aziende, non ha venduto alcuna partecipazione, né affidato i suoi beni a un blind trust per evitare conflitti d’interesse.

Al centro della controversia è soprattutto l’hotel che Trump ha aperto lo scorso anno a poche centinaia di metri dalla Casa Bianca. Il procuratore generale del Maryland Brian Frosh ha citato alcuni casi nei quali «il presidente ha messo i suoi interessi personali sopra quelli del Paese». L’ambasciata del Kuwait, ad esempio, ha spostato un costosissimo evento dal Four Seasons all’albergo di Trump. L’Arabia Saudita, destinazione del primo viaggio di Trump all’estero, ha prenotato decine di stanze presso l’hotel in più di un’occasione dall’inaugurazione di Trump, mentre lo scorso mese la Turchia vi ha tenuto un evento sponsorizzato dal governo.