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MAGREBH IN FIAMME. Tunisia, la battaglia arriva nella capitale

Daniele Zappalà mercoledì 12 gennaio 2011
Nonostante le promesse televisive del presidente Zine al-Abidine Ben Ali, in particolare quella di 300 mila posti di lavoro per i giovani entro 2 anni, la Tunisia resta sul bordo del caos. Fra repressioni descritte come brutali dai testimoni, diversi focolai di rivolta sempre attivi nell’entroterra e una scia ormai lunga di suicidi giovanili di protesta, i morti si contano a decine nel Paese. E pare sgretolarsi irreversibilmente la regola del silenzio sull’altro volto del regime. Mentre per la prima volta ieri, la violenza ha raggiunto la periferia della capitale Tunisi: i dimostranti hanno attaccato edifici nel quartiere operaio di Ettadamen saccheggiando negozi e dando fuoco ad una banca e un posto di polizia. Gli agenti avrebbero quindi sparato ad altezza d’uomo e, secondo testimoni, vi sarebbero morti e feriti.I dimostranti hanno anche appiccato il fuoco allo stabile che ospita gli uffici della municipalità e in tutta la città è stata interrotta l’erogazione dell’energia elettrica. La polizia, secondo le stesse fonti, ha bloccato tutte le vie di accesso e uscita dalla città.Negli ultimi giorni, l’orrore si è fermato soprattutto a Kasserine, 290 chilometri a sud di Tunisi, capoluogo dell’omonimo governatorato confinante con l’Algeria. La polizia ha sparato sulla folla ed i morti sarebbero almeno una cinquantina, secondo testimonianze concordanti fornite dalla Federazione internazionale delle leghe dei diritti umani (Fidh) e da frange ormai dissidenti della confederazione sindacale Ugtt. In giornata, sono state smentite a più riprese le “stime” fornite dalle autorità, che invece parla di 21 vittime. Il «sabotaggio» più decisivo della versione ufficiale è giunto dal mondo sanitario. L’ospedale locale ha deciso di chiudere simbolicamente per un’ora le proprie corsie «per protestare contro il numero elevato di vittime». Ma pure numerosi cittadini si sono messi al servizio di una verità che filtra da settimane fra l’altro attraverso i network sociali su Internet, dopo diversi casi di giornalisti malmenati anche pubblicamente dalle forze dell’ordine.In alcune città dell’entroterra, come El-Kef e Gafsa, nuove proteste erano scoppiate proprio dopo il discorso televisivo di Ben Ali. Attraverso un paziente lavoro di confronto fra le testimonianze disponibili, si è appreso fra l’altro di cecchini pronti a sparare sulla folla e persino in certi casi sui cortei funebri, o ancora di saccheggi notturni attribuiti da più fonti alla polizia, la quale sarebbe stata persino sorpresa da semplici cittadini a Thala, mentre cercava di vandalizzare una farmacia. Con azioni del genere, il governo cercherebbe di alimentare a tutti i costi la versione ufficiale fornita in televisione da Ben Ali: quella di gruppi «terroristi» e di «saccheggiatori» guidati da una regia internazionale. Nella capitale poca gente si è recata al lavoro. Ma l’entroterra tunisino, resta una pentola a pressione. La tensione è sempre alta ad esempio a Sidi Bouzid, il capoluogo dove l’ondata di rivolte era cominciata lo scorso 17 dicembre. Qui, un nuovo giovane laureato senza lavoro, di 23 anni, si è suicidato gettandosi sui fili dell’alta tensione. Il quinto caso simile in 3 settimane.Intanto, nella scia delle rivolte in Tunisia e anche nella vicina Algeria – dove ha fatto scalpore le dichiarazioni del ministro dell’interno, Daho Ould Kablia per il quale «lo sport preferito dei giovani è la rapina» –, i governi dei Paesi vicini cercano di correre ai ripari. In Giordania il governo vuole evitare che esploda il malcontento popolare e prende misure «immediate» per far calare i prezzi dei generi essenziali: lo ha detto un alto responsabile governativo coperto da anonimato. Mentre per venerdì sono previste manifestazioni di protesta, sotto indicazione di re Abdallah II, il governo si appresta a varare misure che intendono «attenuare l’impatto dell’aumento dei prezzi dei prodotti di base sul livello di vita dei cittadini». Le tariffe dei mezzi pubblici, che dovevano aumentare a causa del rialzo dei carburanti, verranno congelate. I prezzi di riso e zucchero non aumenteranno negli 85 negozi dell’esercito, aperti anche ai civili.