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Usa. Casa Bianca vietata per i campioni del football. Anche il basket si ribella

Paolo M. Alfieri mercoledì 6 giugno 2018

Giocatori dei Washington Redskins ascoltano l'inno nazionale in ginocchio: la protesta è nata dal gesto di Colin Kaepernick dei San Francisco 49ers ed è stata imitata da decine di giocatori della Nfl

Nell’ultima mossa di una ormai lunga disputa, il presidente Usa Donald Trump ha giocato d'anticipo e cancellato la tradizionale visita alla Casa Bianca dei campioni del Superbowl, la finalissima di football americano vinta per la prima volta dagli Eagles di Philadelphia. In una nota, il presidente ha sottolineato come la squadra non si sarebbe presentata al completo perché in disaccordo con lui sulla necessità di stare in piedi e con la mano sul cuore durante l'inno nazionale prima della partita.

La disputa sull'inno nazionale che gli atleti dovrebbero ascoltare in piedi va avanti dal 2016, da quando il quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick, divenuto un'icona della comunità afroamericana, cominciò a inginocchiarsi durante l'inno per manifestare contro il razzismo e le crescenti violenze della polizia sui neri d'America. Il gesto di Kaepernick è stato imitato poi da decine di giocatori, molti dei quali hanno anche criticato in questi mesi la mancata ferma condanna da parte di Trump di episodi di razzismo negli Usa. Per lo stesso motivo, molti giocatori avevano già deciso di boicottare le congratulazioni istituzionali dell'inquilino della Casa Bianca. In passato Trump aveva avuto simili "problemi" con i campioni di basket Nba, annullando anche la visita a Washington ai Golden State Warriors.

"Gli Eagles volevano mandare una delegazione piccola ma i 1.000 fan che hanno pianificato di partecipare meritano di meglio", ha attaccato Trump, annunciando che sarà organizzata una diversa cerimonia in onore dell'America e dei militari, "eroi che lottano per proteggere" il Paese e "e con orgoglio cantano ad alta voce l'inno nazionale". Tra i giocatori degli Eagles ci sono alcuni dei maggiori esponenti del movimento di protesta dei giocatori della National Football League (Nfl), tra i quali Malcolm Jenkins e Chris Long. Da parte sua il proprietario della squadra di Philadelphia, Jeffrey Lurie, ha descritto in passato la presidenza di Trump come “disastrosa”.
Una nuova direttiva annunciata dai proprietari delle squadre della Nfl impone ai giocatori di ascoltare in piedi l’esecuzione dell’inno nazionale, a meno di non rimanere negli spogliatoi. Trump ha però criticato anche l’eventualità che i giocatori approfittino di questa possibilità.

E ieri sera LeBron James e Stephen Curry, le stelle di Cleveland e Golden State Warriors, le due squadre finaliste del torneo Nba di basket, hanno alzato ulteriormente il livello dello scontro con la Casa Bianca si sono detti certi che nessuna delle due squadra andrà da Trump, a prescindere da chi vincerà. Posizione condivisa anche da Kevin Durant, un altro dei fuoriclasse dei Warriors. Lo scorso settembre Trump aveva revocato l'invito ai Golden State, dopo che avevano battuto in finale i Cavaliers di Cleveland, in seguito alle affermazioni di Curry e di altri giocatori, intenzionati a boicottare la cerimonia alla Casa Bianca per le politiche del tycoon.