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Il caso. Nei Paesi egoisti si muore prima

Silvia Guzzetti lunedì 13 agosto 2018

Si muore di più e più spesso nei Paesi più “egoisti”, dove la corsa alla ricchezza ha diviso la popolazione e distrutto il senso di appartenenza a una comunità, e la vita media non si allunga più come è capitato sempre negli ultimi 150 anni. Il fenomeno è evidente soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Lo conferma, con chiarezza, l’ultimo studio pubblicato dall’Istituto nazionale di statistica britannico (Office for National Statistics).

Dove il divario tra ricchi e poveri è andato aumentando, soprattutto a partire dagli anni Ottanta, come nei due Paesi anglosassoni per eccellenza, la salute di tutti ne risente ma, prima di tutto quella dei poveri. Lasciati indietro dal sistema, muoiono più presto. Soprattutto i neonati e gli anziani. È una nuova preoccupante tendenza. Soprattutto se pensiamo che a partire dalla seconda metà del diciannovesimo secolo, attraverso il ventesimo secolo, i tassi di mortalità sono sempre diminuiti. In Gran Bretagna, in particolare, il prolungamento della vita media si è fermato, e questa pausa è tra le più significative se paragonata ad altre venti economie di importanza mondiale, tra le quali Australia, Canada, Germania, Giappone e anche Italia. Non solo. La situazione è peggiore per le donne rispetto agli uomini. Fino al 2011, l’aspettativa di vita è andata aumentando in generale, nel mondo occidentale, e anche nel Regno Unito che, però, già dal 2006, comincia a sperimentare un rallentamento.

In particolare tra il 2006 e il 2011, in Gran Bretagna, l’aumento dell’aspettativa di vita è calato, da 12,9 settimane all’anno per le donne a 1,2 settimane, con una diminuzione del 90%. Per gli uomini le cose sono andate un po’ meglio, con un abbassamento del 76%, da 17,3 a 4,2 settimane. Durante il ventesimo secolo, al contrario, la proiezione sul numero di anni di vita che un individuo avrebbe potuto vivere si è sempre prolungata. Grazie a cure mediche più sofisticate e comportamenti più virtuosi come l’abolizione delle sigarette e più ore dedicate allo sport. Il nuovo andamento della durata della vita media riguarda anche una serie di altri Paesi presi in considerazione dagli esperti di statistica britannici, che segnalano che gli Stati Uniti si trovano anche in condizioni peggiori della Gran Bretagna, con un rallentamento dell’incremento dell’aspettativa di vita del 90%, da 14,1 settimane all’anno, tra il 2005 e il 2010, a 1,5 settimane tra il 2010 e il 2015. Estremamente virtuose, al contrario, nella corsa per allungare l’aspettativa di vita, si rivelano le nazioni nordiche come Norvegia, Danimarca e Finlandia, dove gli anni previsti alla nascita hanno guadagnato, anziché perso, qualche settimana all’anno, sia per gli uomini che per le donne.

Le ultime statistiche hanno scioccato il Regno Unito, tanto che alcuni politici, tra i quali l’ex ministro per le pensioni liberaldemocratico Steve Webb, hanno domandato un’inchiesta parlamentare che spieghi perché il Paese sia passato «dall’essere uno degli Stati più efficienti, quando si trattava di allungare la vita media, a uno dei peggiori nelle classifiche di mondiali». «La mortalità infantile e anche quella tra chi ha ottant’anni è aumentata nelle classi più povere», conferma Richard Wilkinson, autore del bestseller The Spirit Level, uno studio dell’impatto che il divario tra ricchi e poveri ha su salute fisica e mentale, livelli di istruzione, obesità e mobilità sociale.

«Questi dati e diversi altri studi dimostrano che la qualità dei rapporti sociali, le amicizie, il senso di appartenenza a una comunità, sono di importanza chiave per la salute e la felicità. Almeno quanto il fatto che si fumi oppure no. Chiaramente le società del nord, dove c’è più uguaglianza e la vita di comunità è più forte, sono più felici, meno stressate, più unite e, come risultato, si vive più a lungo. Mentre negli Stati Uniti e in Gran Bretagna dove ci si aiuta di meno e ci si fida poco gli uni degli altri, si muore di più».