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THAILANDIA. Bangkok, il coprifuoco non spegne i roghi

da Bangkok Stefano Vecchia venerdì 21 maggio 2010
Un’altra notte di tensione a Bangkok, dove nonostante il coprifuoco confermato dalle 9 di sera alle 5 di mattina e prolungato fino a domenica, erano evidenti i segnali di rivolta. Buona parte del Paese non è sotto il totale controllo delle autorità, che non a caso hanno annunciato operazioni di rastrellamento in aree diverse da quella centrale della capitale, come pure in 23 provincie sotto la legge d’emergenza.Sono saliti ufficialmente a 16 i morti e a 88 i feriti dell’attacco finale sui manifestanti la mattina di mercoledì, e una novantina i feriti accertati. Con un giallo nel cuore della tragedia: non è chiaro se tra questi siano conteggiati i sette, forse nove morti e i feriti del tempio Wat Pratumwaranam. Alcuni sono giunti nel tempio già colpiti, altri sono stati colpiti al suo interno nella notte di mercoledì. Nel luogo sacro di tradizione buddista, insieme ad almeno 2.000 persone in fuga dai combattimenti si trovavano alcuni giornalisti, tra cui il britannico Andrew Buncombe, reporter del quotidiano The Independent, che ha documentato la situazione drammatica e la paura della gente sotto assedio in un luogo dichiarato «area di pace» ma diventato una trappola. Con lui, ferito in modo leggero, sono cinque gli uomini dell’informazione colpiti nella giornata della resa dei conti, incluso il fotografo italiano Fabio Polenghi.Ieri Bangkok mostrava un aspetto spettrale. Nelle aree più esterne interessate dai feroci scontri degli ultimi giorni e dalla follia incendiaria della notte di mercoledì, era la devastazione più impensabile. In particolare nelle aree di Bon Kai e Din Daeng, ma con effetti minori anche in diversi altri punti della metropoli che conta 12 milioni di abitanti, sedi di banche, posti di polizia, edifici pubblici, stazioni della metropolitana sono stati incendiati; anche molti negozi sono stati devastati e dati alle fiamme, spesso saccheggiati. Pochi sono i Bancomat che non sono stati bruciati o divelti. Ponti e cavalcavia, come le strade sono anneriti dal fuoco e dal fumo, mentre ovunque la polvere degli incendi e in certe aree focolai ancora fumanti rendono l’aria irrespirabile. Off-limits il grande incrocio di Ratchaprasong, al centro della protesta nelle ultime sei settimane, che ha visto per tutta la giornata uomini dei reparti speciali impegnati nella "caccia" agli ultimi «uomini in nero». Per tutta la giornata Central World, immenso tempio dello shopping ha continuato a bruciare. Come lui, saranno irrecuperabili e destinati alla demolizione diversi altri edifici. Il volto di Bangkok è sfigurato, i danni d’immagine ma soprattutto economici sono gravissimi. Una prima stima parla di 100 miliardi di baht (circa 25 milioni di euro), ma i continui black-out e il fumo che ancora si leva da diversi edifici in fiamme, come pure l’incapacità di ripristinare una serie di servizi essenziali a partire dai trasporti potrebbero fare lievitare di molto questa cifra.In un Paese dove legge d’emergenza e ora il coprifuoco si associano a una censura severa sull’informazione, ieri anche Human Rights Watch è tornata a parlare di gravi abusi nella gestione della crisi. «La situazione a Bangkok è ormai fuori controllo – ha detto Phil Robertson, vice direttore dell’associazione per l’Asia – perché azioni sbagliate sono state commesse da entrambe le parti». «Sollecitiamo tutti – ha aggiunto – a lasciare libero accesso agli aiuti di emergenza».Mentre il governo francese faceva sapere che non tollererà alcun intervento pubblico di Thaksin Shinawatra, riferimento politico della leadership della protesta, durante il suo prossimo soggiorno nel Paese europeo, nel primo pomeriggio di ieri si sono costituiti alla polizia altri tre leader delle Camicie rosse. Si tratta di Veera Musikhapong, Weng Tojirakarn e Korkaew Pikulthong che hanno chiesto ai loro seguaci di abbandonare la rivolta e alle truppe di tornare nelle caserme. Una mossa certamente utile a evitare un ulteriore spargimento di sangue, ma anche a lasciare aperto uno spiraglio alla futura riconciliazione.