Mondo

SUI LUOGHI DI GESÙ. Testimoni di pace. Più forti della paura

di Giovanni Ruggiero e Lucia Bellaspiga lunedì 12 gennaio 2009
Davanti al Sepolcro, alla tredice­sima stazione, i francescani del­la Custodia di Terra Santa, nella Via Crucis di venerdì, hanno intonato il canto della pace, perché qui a Gerusa­lemme, anche se non s’odono le armi di Gaza, l’amarezza e il dolore sono nell’a­ria. L’Antifona intona: « Dona pace ai no­stri giorni, Signore, perché nessun altro ci difende se non tu, Dio nostro ». «Insieme a noi – dice padre Artemio Vitores, il vi­cario della Custodia – l’hanno intonata oltre duecento pellegrini provenienti per lo più dal Brasile e dall’Europa, specie dall’Italia e dalla Polonia. La Via Crucis si è snodata tranquilla e senza paure. Certo, abbiamo voluto rivolgere il pen­siero a Gaza che dista da qui una ses­santina di chilometri». In questo perio­do, in tutta la Terra Santa c’è tradizio­nalmente un periodo di pausa per i pel­legrinaggi. Di solito, comincia dopo l’E­pifania fino alla seconda metà di feb­braio. Dopo il notevole afflusso delle set­timane scorse, stanno andando via gli ultimi pellegrini e nelle città che i Van­geli hanno narrato cominciano ad a­spettare i prossimi: «Il pellegrino è im­portante – dice il frate spagnolo – non tanto e non solo per l’economia di que­sta terra, ma per il messaggio che porta con sé: visita il fratello che soffre. In que­sta visita c’è la pace. Aiuta a pregare per la pace di questa terra». Pellegrino segno di pace: condivide que­sto simbolo monsignor Liberio An­dreatta, vice presidente dell’Opera Ro­mana Pellegrinaggi: «Mai come ora – precisa – è importante che i pellegrini siano lì, in Israele. Ai vescovi che mi chie­dono, io dico 'Andate tranquilli, porta­te la vostra presenza'. Questa gente si sente smarrita ed è nello smarrimento che nasce la paura. Se questo accade, davvero non c’è futuro». I riti della Natività si sono chiusi in Ter­ra Santa con l’Epifania, e il 7 gennaio si è celebrato il Natale ortodosso, tuttavia ancora mille pellegrini, soltanto italiani, sono pronti per recarsi in Terra Santa. «La situazione – assicura l’appassionato monsignor Andreatta – è tranquilla. Nei luoghi dove si recheranno, la guerra non si avverte. Non si vedono neppure mo­vimenti di truppa. I gruppi che si erano prenotati da tempo, prima che esplo­desse la situazione a Gaza, non hanno di­sdetto il pellegrinaggio. Forse soltanto qualche persona all’interno di una co­mitiva ha rinunciato al viaggio». Anche alla Brevivet, l’importante tour o­perator di Brescia che pure propone pel­legrinaggi per la Terra Santa, non sono ar­rivate disdette e rinunce. Proprio ieri è rientrato un gruppo di 90 pellegrini che hanno toccato le tappe tipiche di Geru­salemme e Nazareth. Mercoledì prossi­mo, poi, da Milano partirà un volo char­ter diretto a Gerusalemme con altri 96 pellegrini. E ancora, dopo la pausa tipi­ca invernale, ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, riprenderanno i voli charter settimanali della Brevivet con partenza da Bergamo. «Abbiamo – dice Giovanni Sesana, presidente del gruppo – un ca­lendario ricco che, se non si aggrava la situazione e in ogni caso con tutte le pre­cauzioni, sarà mantenuto. La Terra San­ta aspetta anche noi. Sia gli ebrei che i pa­lestinesi. Sulla necessità di accogliere i pellegrini che sono la loro ricchezza so­no sempre stati d’accordo. Anche du­rante le due Intifada, che hanno causa­to una grande sofferenza al Paese, han­no garantito la sicurezza dei pellegrini». Sobhy Makhoul, tour operator in Terra Santa e segretario del Patriarcato maro­nita, guarda tutti i giorni la televisione i­taliana: «Se la gente ha un po’ di paura – dice avvilito – lo si deve alla cattiva informazione, compresa quella della Rai che mostra scene di guerra e di bom­bardamenti senza precisare i luoghi. I razzi da Gaza – aggiunge quasi da esperto – non vanno oltre Ashdod, comunque lontano da Gerusalemme. Perché i gior­nalisti non vengono qui? Voglio capire dove sentono le bombe». Sobhy Makhoul adesso si riposa. Anche lui riprende a fine febbraio, pregando – a parte ogni cosa – che si trovi al più pre­sto una soluzione per Gaza.I testimoni: «La nostra presenza una risposta alle armi»Pellegrini in Terra Santa, a pregare per la pace nel mondo e nei cuori, mentre a decine di chilometri i razzi sventrano l’uno e gli altri... Chi aveva deciso di passare il Natale o di vedere il sorgere dell’anno nei luoghi in cui avvenne la vicenda umana di Cristo non si è lasciato spaventare dalla guerra che insanguina Israele e la Striscia di Gaza: «La nostra avventura è iniziata la scorsa estate, quando tra amici abbiamo organizzato il nostro primo viaggio in Terra Santa - raccontano dalla Sicilia Mario Tamburino, insegnante di inglese, e la moglie Daniela, infermiera -. Poi la guerra, e il dubbio se fosse ancora il caso di partire. Abbiamo deciso di rischiare». Una svolta imprevista che paradossalmente ha colorato di tinte più profonde il loro tour: «Già in partenza non era un normale giro turistico, ma ora metterci in viaggio richiedeva una motivazione molto più forte, e anche la nostra permanenza tra quella gente non ci permetteva di distaccarci da quel che avveniva lì. Ci siamo trovati a pregare per la pace di quella terra a noi così cara e proprio quel termine spesso astratto, pace, nella drammaticità di quella situazione è diventato un bisogno tangibile, un concetto evidente». Non che i 180 pellegrini partiti con Mario e Daniela dalla Sicilia abbiano visto gli scontri tra israeliani e miliziani di Hamas («abbiamo solo sentito i caccia sfrecciare sulle nostre teste»), però hanno colto in pieno la complessità di una situazione millenaria: «L’impegno degli uomini non basterà mai, per questo abbiamo pregato, come ha chiesto il Papa». E hanno conosciuto da vicino il desiderio di serenità della gente comune: «Ci hanno colpito i negozietti di arabi che vendevano presepi e immagini cristiane fuori dai luoghi santi. Abbiamo capito che la nostra presenza è assolutamente vitale per la loro sussistenza, bisogna continuare a partire».Una concretezza espressa anche da Luca Montecchi, milanese, arabista e preside di liceo: «Oggi è più che mai necessario non lasciare sola la popolazione di quelle regioni, prima di tutto i cristiani, ma anche i musulmani, perché non tutti sono dominati dalla visione di Hamas. Anzi, in Cisgiordania, proprio tra Galilea e Giudea, la zona più battuta dai pellegrini, l’integralismo non è penetrato e occorre far vedere alla popolazione che dall’Occidente arrivano cristiani pacifici». Non solo: «La nostra presenza lì, in un frangente tanto drammatico, aiuta a sottrarre finché si può quella terra a una forte polarizzazione tra israeliani e musulmani arrabbiati... Anche tra loro c’è tanta gente che vuole solo la convivenza serena, mentre Hamas cavalca antichi risentimenti...». Una presenza, dunque, quella dei pellegrini, che potrebbe essere la risposta più forte e coraggiosa al linguaggio delle armi: «A Betania, la città di Lazzaro e Maria, abbiamo trovato un vero immondezzaio a cielo aperto - conclude - ma proprio nel contesto più misero spiccavano due fiori: la presenza dei francescani custodi di Terra Santa, e la storia di Samàr, donna cristiana che sta a Betania come Madre Teresa sta a Calcutta. Voglio dire che spesso da noi la pace è una parola retorica, mentre nella zona più martoriata della terra abbiamo visto la sua concretezza in opere di alta convivenza reale».«A casa nostra parliamo sempre di pace ma in realtà non sappiamo cos’è, perché non conosciamo la guerra. È questo il pensiero che ci portiamo a casa dal Natale in Terra Santa»: Fabrizio Conte e Roberto Travaglino, milanesi, sono partiti al seguito del proprio parroco con altri 40 amici. «Da Gerusalemme o Betlemme non vedi i combattimenti ma respiri comunque la tensione - raccontano -. La gente cammina prudente, l’esercito è dappertutto, continui controlli e perquisizioni. E poi le donne palestinesi che affiggono alla porta di casa le foto delle vittime, le ebree che pregano al Muro del pianto. Poi però in tutto questo cogli come un miracolo i germogli di pace». Che sono persone, cristiani capaci di importare quel prodotto così raro che si chiama dialogo, equidistanza, amore senza riserve. «Come Tommaso, un archeologo italiano che vive lì e insegna il rispetto reciproco. O padre Manns, francescano di Alsazia che parla ebraico e arabo, attento ai problemi dell’una e dell’altra parte, ma anche ai diritti di entrambi. Dal nostro pellegrinaggio ci portiamo a casa la paura che la pace sia davvero tanto lontana, ma anche questi alti esempi di delicatezza e convivenza, che sono il solo germoglio di speranza».«Il nostro hotel era in zona palestinese, a Betlemme, quindi dovevamo passare il Muro e farci perquisire ogni giorno. Insomma, atmosfera poco natalizia... Ma da questo viaggio così strano sono tornato col cuore colmo di gratitudine»: è commosso il ricordo di Nuccio Condorelli, tecnico di regia in una tivù di Catania. «Ero partito con uno dei miei quattro figli per conoscere la personalità di Gesù, i luoghi in cui era vissuto, le vie che i suoi piedi avevano calpestato, la casa di Pietro in cui aveva dormito. E infatti ho visto tutto questo. Ma torno con molto di più: lui che è Dio ha scelto di scendere tra noi e lo ha fatto nella terra più contraddittoria e insanguinata. Mai come in quel deserto, mentre in lontananza sentivo i missili, la mia preghiera è arrivata così in alto, mai l’ho sentita tanto struggente e vera».