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JAMBOREE. Dalla Svezia la voce del «modello scout»

Salvatore Mazza martedì 26 luglio 2011
Simply scouting. Semplicemente scoutismo. Può anche sembrare uno di quegli slogan fulminanti da campagna pubblicitaria. Ma la differenza è che dietro c’è un mondo intero. Anzi, il mondo intero. Ottanta milioni di ragazze e ragazzi di tutti i continenti, di tutte le religioni, di tutte le culture, di cui i 38mila che, da domani al 7 agosto, daranno vita a Rinkaby, nel sud della Svezia, al 22° World Jamboree, sono un po’ la bandiera. Dello scoutismo, certamente, a testimoniare che il sogno di Robert Baden-Powell è ancora lì, e continua a crescere, capace ancora dopo 104 anni di attrarre, affascinare, convincere. E, per questo, bandiera di tutto quel mondo che ancora crede che si possa essere fratelli al di là di ogni possibile differenza. Semplicemente scoutismo, insomma. Ed è impossibile, alla vigilia dell’inizio di questa nuova grande avventura, che il pensiero non vada all’ecatombe di Utoya, poche centinaia di chilometri a nord di Rinkaby, figlia del delirio di Anders Behring Breivik. Ieri l’immenso campo, già pieno di volontari in attesa dei partecipanti, s’è fermato per un minuto assieme alla Norvegia e a tutta la Scandinavia, e, anche se nessuno crede a un rischio diretto, sono state rafforzate le misure di sicurezza. Ma, proprio in nome delle ragioni del Jamboree, non saranno chiuse le porte ai visitatori – se ne prevedono almeno 100mila – e, per dieci giorni, chiunque potrà entrare, vedere, partecipare. Perché, alla fine, è proprio questo il senso del "grande gioco" inventato da un colonnello dell’esercito britannico, propagatosi a macchia d’olio grazie a quanti avevano "visto e partecipato" e, poi, a loro volta riproposto una volta tornati a casa. Un gioco semplice, essenziale, dove le cose si imparano facendole, dove chi le sa te le insegna, dove il più forte protegge il debole. E dove, appunto, le differenze non è che non esistono ma, semplicemente, si superano. Metodo facile, diretto. Ed efficace a tutte le latitudini, visto che – e come – funziona. Metodo di cui il Jamboree diventa riflesso nel mischiarsi continuo dei partecipanti e delle loro tradizioni nello svolgersi delle diverse attività, come lo diventa nei diversi luoghi di culto – la chiesa, la moschea, la sinagoga...– posti l’uno di fianco all’altro, o in un programma dei dieci giorni che non è quello di una semplice parata ma di un vero e proprio "campo scout", per quanto gigantesco possa essere o anche solo apparire. Con le sue tappe, i momenti comuni e quelli di squadriglia, e, ovviamente, i suoi obiettivi: «Natura, incontro, solidarietà», quelli scelti per questa edizione, e quelli sui quali tutti i ragazzi si sono concentrati nel lungo anno di preparazione al Jamboree.Un appuntamento, insomma, al quale «non si partecipa come fosse un evento fine a se stesso, ma che si inserisce nel cammino generale dello scoutismo». In questo caso, di quello italiano, come spiega Francesco Scoppola, ventinove anni, capo di uno dei reparti di formazione in cui sono divisi i 1700 scout e guide italiani che saranno a Rinkaby. Francesco, del Jamboree, è un veterano, avendo partecipato nel 2007 (come vice-caporeparto) a quello del centenario dello scoutismo svoltosi a Hylands Park, nell’Essex, del quale ricorda «la possibilità di incontrare una diversità che non è altrimenti neppure immaginabile, di grandissimo impatto, e il poter realizzare in questa situazione attività concrete». Qualcosa di «indimenticabile», che «resterà per sempre». E che da domani nuovi ragazzi vivranno e riporteranno indietro, tesoro di esperienza e di vita che, in un mondo che sempre più sembra saper cogliere solo ciò che divide, può diventare un patrimonio inestimabile.Per la ventiduesima volta in poco più di un secolo, il Jamboree ripropone questo suo messaggio. Nel 1920 bastò il grande padiglione dell’Olympia Palace di Londra a contenere i partecipanti, provenienti da 21 Paesi e 12 colonie inglesi, al primo di questi raduni. E Baden-Powell, congedando i "suoi" ragazzi i 7 agosto, disse loro: «Continuiamo concordi a sviluppare lo spirito Scout della fratellanza, facendo regnare così tra gli uomini la pace e la buona volontà che porta tutti al bene». Quel seme è cresciuto. E se oggi nel sud della Svezia è nata un piccola città, e i Paesi rappresentati sono quasi 150, è perché quei ragazzi d’allora hanno semplicemente fatto quel che era stato chiesto loro. Per lasciare il mondo un po’ migliore di come lo avevano trovato. Simply scouting.