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LA LUNGA MARCIA. Il Sud Sudan vuole farcela: «Indipendenza a gennaio»

LOrenzo Fazzini mercoledì 22 dicembre 2010
«La gente del Sud Sudan sta entrando nella terra promessa della propria libertà grazie alla sofferenza dei missionari». Cosmopolita per vocazione, gesuita di elezione, e persona di grande intelligenza, padre Salvatore Ferrao, indiano, 68 primavere, da 15 anni a Rumbek, capitale del Lake State, in Sud Sudan, vede lungo con quegli occhi che sovrastano una barbetta bianca da anziano saggio. Basta guardarsi attorno ed ascoltare questo gesuita colto e semplice, finito nelle mani dell’Esercito di liberazione del Sudan (Spla) come ostaggio, per capire che la secessione del Sud Sudan, ormai a portata di mano con il referendum del 9 gennaio, con cui il Sud animista e cristiano potrà rendersi indipendente dal Nord islamico (e purtroppo islamista), ha i colori della libertà e della giustizia. Dopo meno di un mese di registrazione sono stati 3.275.577 – riferisce la Commissione predisposta al voto – i sudanesi del Sud che si sono recati nei luoghi di iscrizione per il referendum, adibiti sotto gli alberi lungo le strade principali o negli spiazzi dei villaggi. Più di 60mila sud sudanesi sono emigrati dal Nord verso la zona meridionale in vista del voto; gli enti umanitari se ne aspettano 150mila entro il D-day del mese prossimo. Alle urne si sono iscritti 116.890 sud sudanesi di stanza al Nord, dove nei giorni scorsi è risuonata la minaccia del presidente Omar El-Bashir: «Se il Sud Sudan farà la secessione, cambieremo la Costituzione. Non ci sarà più spazio per la diversità etnica o culturale. La sharia sarà la sola fonte della Costituzione, l’arabo l’unica lingua ufficiale». «Il governo di Khartum farà di tutto per metterci i bastoni tra le ruote» prevede monsignor Cesare Mazzolari, vescovo di Rumbek, strenuo sostenitore del voto referendario pro Sud. E infatti è di questi giorni la notizia che la Corte suprema di Khartum ha consegnato alla Commissione elettorale del Sud due denunce di regolarità del voto, alle quali si deve fornire una risposta entro il 26 dicembre, pena «timori di un ritardo nel voto previsto fra meno di un mese» sottolinea il Sudan Tribune. Intanto la violenza non si ferma: almeno 12 persone sono morte in quello che sembra essere stato un nuovo confronto militare tra l’Esercito di liberazione del popolo sudanese e un gruppo armato fedele al generale George Athor, un ufficiale dell’Spla ammutinato. «Il governo centrale ha le sue spie, punterà alla destabilizzazione perché non vuole perdere il controllo sul Sud» fa eco Mazzolari. E sembra una barzelletta l’assicurazione del presidente El-Bashir che, come segnala il mensile New African, ha affermato che «il Nord sarà il primo Stato ad aprire un’ambasciata a Juba», la capitale del Sud, in caso di secessione. Seduto nell’ufficio della parrocchia, contornato da libri e catechismi, padre Salvatore Ferrao guarda con fiducia alle elezioni di gennaio: «Anche i bambini sanno come votare. In chiesa abbiamo spiegato continuamente cosa vuol dire il referendum insistendo sulla verità e sul fatto che ora spetta alla gente fare la decisione giusta». E la verità, qual è? «Semplice, raccontare e spiegare il retroterra storico del Sud Sudan. Ovvero, che c’è stata una dittatura islamica sui non musulmani. Come i nostri vescovi hanno ripetuto diverse volte, il governo che ha guidato il Sudan fino ad ora ha trascurato i non arabi, non ha rispettato i diritti umani, non ha garantito salute, cibo e sicurezza a tutti i suoi abitanti».La testimonianza della Chiesa qui è stata decisiva nei 22 anni di guerra che hanno insanguinato con 2 milioni di morti questa terra dal 1983 al 2005: «In tanti hanno detto a monsignor Mazzolari: qui lei è stato lo Stato, con le sue scuole, i dispensari, l’ospedale», assicura padre Fernando Colombo, comboniano. Il gesuita d’India ne è un esempio: 5 anni fa padre Ferrao ha ricostruito la chiesa di Santa Teresa distrutta dai bombardamenti; oggi i padri della Compagnia di Gesù offrono istruzione in un centro informatico e una scuola ecologica: «Insegniamo come depurare l’acqua, come far funzionare i sistemi elettrici e le pompe a energia solare. Vede questo progetto? È una scuola di agricoltura, la faremo in un posto a 30 chilometri fuori Rumbek per insegnare ai giovani come coltivare», confida il religioso di Goa. «In Sudan ci sono arrivato nel 1995» annota padre Salvatore rievocando un passato che spesso non passa. «Mi mandarono a Yei, in una zona sotto il controllo di Khartum. Un giorno i soldati dell’Spla venuti dalla foresta attaccarono la nostra missione. Ci presero prigionieri io, un altro gesuita e fratel Pio, un italiano. Ci fecero camminare per 900 miglia fino a Lokichokio, in Kenya: 90 giorni di marcia. Man mano che andavamo avanti vennero presi altri tre preti sudanesi. Il Vaticano e la Croce Rossa internazionale cercavano di sapere nostre notizie. Non avevo paura perché sapevo che l’Spla aveva già rapito in precedenza altri missionari ma non ne aveva uccisi. Un giorno un soldato dell’Spla mi venne incontro e mi disse: Il vostro Dio è Cristo? Il mio è il mio fucile! Qualche tempo dopo ricontrai quel militare durante il cammino, lo squadrai e gli dissi: io sono tuo prigioniero, ma rimango il tuo prete. Confessati! Era cattolico e fece la confessione». Miracoli di riconciliazione che anche il nuovo Sud Sudan aspetta di ricevere.