Mondo

Intervista. Tauran: «Rapida la reazione di condanna»

Fabrizio Mastrofini venerdì 29 luglio 2016
«Sento prima di tutto una sensazione di rivolta interiore perché niente giustifica una tale barbarie. E vedo con preoccupazione questi fatti perché stiamo facendo un passo avanti verso l’abisso. Si profana la Chiesa, si uccide un ministro del culto ed il nome di Dio è vanificato ». Il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, è preoccupato ed angosciato. E allo stesso tempo guarda alle centinaia di migliaia di giovani presenti a Cracovia con speranza, perché «per uscirne fuori, la chiave è l’educazione, la scuola e l’università». «Devo dirle che l’opinione pubblica france- se in questi giorni ha riscoperto le radici cristiane del Paese. Da giorni la televisione e i media forniscono dirette e resoconti delle cerimonie e delle prese di posizione. È una reazione che mi impressiona favorevolmente, un passo in avanti per una consapevolezza, per un atteggiamento di fede formata e matura».Il Papa ha detto che si tratta di una guerra, non guerra di religione, ma guerra. Che ne pensa?Attualmente non c’è una guerra tra le religioni; sono del parere che la religione fa parte della soluzione dei problemi. Non si comprende il mondo di oggi senza il fattore religioso. Parliamo di guerra, perché gli strumenti usati sono quelli, ma non abbiamo di fronte dei soldati e qualcosa di convenzionale.In che modo il dialogo interreligioso può produrre dei risultati?Il grande problema è l’educazione, da una parte e dall’altra. I cristiani hanno un grande impegno da portare avanti se vogliono dare dei contenuti alla fede, se vogliono che la fede abbia senso per loro stessi. Di fronte a dei seguaci orgogliosi della loro fede, noi cristiani dobbiamo portare avanti il dialogo e la formazione per noi stessi.Assistiamo ad una reazione vivace verso gli attentati che coinvolgono l’Occidente. Moltissimi muoiono però negli attentati in Medio Oriente, e forse i governi occidentali non sembrano altrettanto fermi nel condannare questi episodi. Quale è la sua opinione?Penso che a morire sono certamente più numerosi i musulmani, nei tanti attentati, ma non è una giustificazione. La morte non va confrontata, i morti non vanno contati. Non sono confronti da fare.Il nodo è il conflitto irrisolto in Medio Oriente?Sì, come ho sempre pensato e detto, la madre di tutte le crisi si trova nella non risoluzione del conflitto palestinese- israeliano. Il dialogo con l’islam è sempre andato avanti nella storia; è adesso che queste frange sembra vogliamo dirci che il dialogo è impossibile. Ma non è così. Anche il mondo occidentale dovrebbe fare una certa autocritica. Mi fa effetto sentire a volte giovani musulmani citare denaro, successo e ricchezza come unico loro ideale. Penso che di fronte ai problemi dello sviluppo e della povertà, dobbiamo dare risposta alla frustrazione e al senso di emarginazione di tanti e per questo ripeto sempre che un ruolo fondamentale lo deve svolgere l’educazione, la scuola e l’università.Cosa fare, allora, a suo avviso?Questa volta ho notato una reazione rapida di condanna da parte del mondo musulmano. Il mondo musulmano è una realtà variegata e composita e non è esatto dire – come a volte facciamo – che ci sono moderati e non. Bisogna invece dire che in questi giorni abbiamo registrato una reazione rapida e va riconosciuta. Per il resto si tratta di processi storici e culturali che hanno bisogno dei loro tempi.Quali elementi di speranza trova? Quando vedo tanti giovani a Cracovia, allora lì c’è una speranza. Il dramma della condizione umana è la lotta perenne tra bene e male ed è molto esatta l’idea – espressa da Holderlin – quando dice che Dio ha creato l’uomo come il mare ha creato i continenti cioè ritirandosi. Nessuno è costretto ad accettare Dio, questa è la libertà del Dio cristiano. Poi la patologia della religione si sviluppa quando la si usa per la guerra e non per lo sviluppo pacifico e positivo.