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Asia. Sri Lanka, la peggiore crisi economica dall'indipendenza. Spenti anche i semafori

Stefano Vecchia giovedì 31 marzo 2022

Al buio anche per 13 ore al giorno, con imprese e servizi che vanno bloccandosi per la mancanza di combustibile e fondi insufficienti ad acquistare quello necessario. Lo Sri Lanka sta sperimentando la peggiore crisi economica dall’indipendenza. Le riserve valutarie vanno assottigliandosi mentre salgono alle stelle i prezzi dei molti beni essenziali sempre più rari. Un’esperienza drammatica per i 22 milioni di abitanti in coda davanti ai negozi e alle pompe di benzina, prostrati anche dalle sospensioni ormai quotidiane della distribuzione di elettricità mentre scuole e università sospendono le lezioni per mancanza di strumenti didattici, di quaderni e di libri.E' di oggi la decisione delle autorità di spegnere anche i semafori stradali per risparmiare energia.

L’inflazione salita al 17,5 per cento è la più alta mai registrata su quest’isola, dove le contingenze internazionali, tra cui la pandemia, hanno pure penalizzato settori essenziali come il turismo e la sua filiera.

Quali le ragioni di questa situazione? Un editoriale del settimanale cattolico Gnanartha Pradeepaya diffuso il 27 marzo e citato dall’agenzia UcaNews le individua “nelle frodi e nella corruzione persistenti. La nazione prende a prestito denaro da altri Paesi per acquisti essenziali, tra cui cibo e medicinali ma – ricorda l’editorialista - non dobbiamo dimenticare che il debito è già insostenibile e che ogni accordo con altri Paesi dovrebbe essere presentato al Parlamento e al popolo al più presto possibile, perché il Paese appartiene al popolo e non al governo”.

L’accenno è al regime della famiglia Rajapaksa: il presidente Gotabaya Rajapaksa, ex ministro della Difesa, il fratello Mahinda Rajapaksa, già capo dello Stato e ora premier, il fratello minore Basil Rajapaksa che detiene un seggio in Parlamento. Personalità già associate in passato in un sistema repressivo che non solo ha chiuso nel sangue la guerra civile con la minoranza Tamil, ma ha schiacciato la società civile rendendosi responsabile di abusi e sparizioni più volte denunciati livello internazionale. Una leadership che nuovamente al potere non ha rinunciato a una politica clientelare che di fatto lega il Paese ai propri interessi e alle proprie sorti, alimentando anche le tensioni tra le etnie e le comunità religiose sottoposte al nazionalismo e alla preponderanza numerica dei Singhalesi buddhisti.

In questa situazione le problematiche internazionali hanno accentuato le loro ricadute sull’economia srilankese. Il Fondo monetario internazionale ha già informato il governo che “il Paese ha urgente necessità di avviare una strategia credibile e coerente nel breve e medio termine per evitare una crisi della bilancia dei pagamenti e del debito, per restituire stabilità macro-economica e sostenibilità del debito”. Un’allerta che cade in una situazione di emergenza perché con i 2,31 miliardi di dollari ancora disponibili a febbraio, difficilmente il Paese potrà restituire i sette miliardi di dollari di debito dovuto per l’anno in corso ai creditori stranieri.

“A 74 anni dall’indipendenza gli srilankesi devono rispondere alla domanda se il percorso scelto per la prosperità sia efficace – ha indicato nella sua omelia durante la messa di domenica scorsa nella Cattedrale di Colombo l’arcivescovo, cardinale Malcolm Ranjit -. Oggi il Paese si trova in una situazione senza speranza come risultato di una serie di scelte sbagliate fate non soltanto dai politici, ma anche dai cittadini che hanno consentito di farsi sfruttare da forze politiche e culturali che hanno segnato il nostro destino”. Per questo, ha concluso il porporato rivolgendosi ai fedeli, “abbiamo bisogno di una trasformazione nazionale o di una ripartenza del Paese”.