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Elezioni in Spagna. I popolari primo partito, ma la destra è senza maggioranza

Lucia Capuzzi lunedì 24 luglio 2023

La vittoria del Partito popolare ha il sapore della sconfitta. La marea azzurra – colore del Pp – c’è stata ma sembra già sul punto di rifluire. E’ questa la prima fotografia della Spagna il giorno dopo le elezioni. Dal punto di vista numerico, la formazione guidata da Alberto Núñez Feijóo ha ottenuto un risultato considerevole: si è piazzata in cima con il 33 per cento e 136 seggi al Congresso, ben 47 in più rispetto alla corsa del 2019. Le mancano, tuttavia, 40 poltrone per arrivare alla maggioranza assoluta di 176, necessaria per governare.

E il suo alleato naturale – l’unico disponibile – Vox di Santiago Abascal non riesce a colmare la differenza. Il gruppo di ultradestra ha preso 33 seggi, 19 di meno di quattro anni fa. Una batosta per il gruppo che sperava, anche alla luce delle recenti regionali e municipali, nell’exploit. La faccia e il tono del duro Abascal, nel discorso di ieri notte, mostravano, retorica a parte, la palese delusione. L’unica, debole speranza di Núñez Feijóo di ottenere la Moncloa è l’astensione dei rivali al voto di fiducia d’inizio legislatura: in questo caso non è necessaria la maggioranza assoluta, è sufficiente che i sì siano più dei no.

L’ipotesi è improbabile. Anche perché, dall’altra parte, il Psoe ha ancora qualche margine di manovra per restare in sella. Il partito del premier uscente Pedro Sánchez, contrariamente ai sondaggi, ha tenuto: non solo è arrivato secondo con il 31,7 per cento ma, rispetto a quattro anni fa, ha anche guadagnato due posti alla Camera, arrivando a 122. Le sinistre, riunite sotto la sigla Sumar, hanno 31 seggi. Una quota insufficiente per la maggioranza assoluta. Sul modello della passata legislatura, però, un governo Psoe-Sumar potrebbe contare sul sostegno esterno delle varie formazioni regionaliste, che sommate darebbero ventuno poltrone, per un totale di 174. Ancora troppo poche.

Diventa, a questo punto, diventa determinante il puntello di Junts, partito catalanista dell’auto-esule nonché latitante Carles Puigdemont, governatore di Barcellona al tempo del maldestro intento di indipendenza, che, negli ultimi quattro anni, è sempre stato all’opposizione. I suoi sette seggi sono, al momento, l’ago della bilancia. L’attuale leader, Miriam Nogueras, ha già detto che non “aiuterà Sánchez in cambio di nulla”.

Le condizioni presentate finora, però, sono difficilmente ricevibili: il referendum indipendentista per la Catalogna e l’amnistia per i leader secessionisti riparati all’estero per non affrontare la giustizia. Già la concessione dell’indulto a quelli condannati ha creato non pochi problemi al presidente del Consiglio uscente. L’amnistia rischia di alimentare ulteriormente il fantasma, agitato da Vox, dei socialisti come distruttori della nazione. In caso di mancato accordo, la Spagna si ritroverebbe senza un governo possibile e, dunque, costretta a ripetere le elezioni. Sarebbe la quinta volta dal 2015, con in mezzo maggioranza andate in fumo e mozioni di censura. “Es el pos-bipolarismo, belleza”, dicono a Madrid.