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EMERGENZA IN AFRICA. Torna la guerra a Mogadiscio L'esercito a caccia dei ribelli

Matteo Fraschini Koffi venerdì 29 luglio 2011
Nemmeno un giorno di respiro. Ventiquattro ore dopo l’inizio della distribuzione degli aiuti umanitari da parte del Programma alimentare mondiale (Pam) nella capitale somala Mogadiscio, la città è stata risucchiata ieri in una serie di feroci scontri tra i soldati governativi e ribelli. Il bilancio è di almeno sei morti e venti feriti. L’esercito del Governo federale di transizione somalo (Tfg), appoggiato dalle Forze di pace dell’Unione Africana (Amisom), ha attaccato alle prime luci dell’alba gli insorti dell’al-Shabaab, un gruppo militante di matrice qaedista. Il teatro degli scontri era a sette chilometri a Nord dall’aeroporto di Mogadiscio, una delle principali roccaforti dei ribelli. «Dopo ore di combattimenti pesanti – ha confermato ieri il sito d’informazione locale Radio Shabelle – le Forze governative, aiutate dall’Amisom, hanno conquistato diverse aree di Mogadiscio che erano controllate dall’al-Shabaab». Una mossa che ha confermato le previsioni di chi aveva sostenuto che un intervento umanitario, annunciato settimana scorsa dall’Onu dopo la denuncia dell’emergenza carestia in Somalia, avrebbe potuto spigere il governo a intensificare l’azione contro i ribelli. «Se riusciremo a guadagnare terreno – hanno detto fonti militari alla Bbc – le agenzie umanitarie potranno aumentare il numero delle aree dove distribuire il cibo». Migliaia di civili si sono precipitati nelle zone controllate dal governo per ricevere le prime dieci tonnellate di aiuti portati dal Pam. Secondo gli analisti, quest’ultima operazione militare iniziata dal governo è un’azione preventiva alla possibile offensiva ribelle che, come in passato, avrebbe potuto iniziare con il periodo del Ramadan. Il Tfg, bloccato da profonde divisioni interne alla leadership politica, controlla solo alcune parti della capitale tra cui il porto, l’aeroporto, il palazzo presidenziale di Villa Somalia, e alcune zone attorno al mercato di Bakara, il più grande di Mogadiscio. In seguito alla crisi somala, che è un misto di siccità, fallimenti politici, e scontri armati, migliaia di civili hanno lasciato il Paese per riversarsi nei campi di rifugiati in Etiopia e Kenya. I flussi migratori hanno però interessato anche la capitale Mogadiscio dove «100 mila sfollati sono arrivati in cerca di cibo e acqua negli ultimi due mesi», ha recentemente confermato una nota proveniente dalla base delle Nazioni unite a Ginevra. Da Istanbul è stato lanciato un altro appello per aiutare la Somalia: «Chiedo fermamente a tutta la comunità dei credenti di contribuire generosamente alla campagna umanitaria dell’Organizzazione per la cooperazione islamica (Oci)», ha dichiarato Ekmeleddin Ihsanoglu, segretario generale dell’Oci, durante una riunione delle sedici organizzazioni umanitarie degli otto Paesi membri. Gli Stati Uniti si sono detti ieri «preoccupati» per la grave carestia e per l’alto tasso di malnutrizione «nelle zone centrali e meridionali della Somalia», si legge nel comunicato diffuso dall’ambasciata Usa presso gli uffici Onu di Roma. Washington ha già disposto quasi 459 milioni di dollari di aiuti per la regione, ormai allo stremo. All’inizio della settimana, Mohamed Ibrahim, ministro degli Esteri somalo, aveva detto che: «Più di 3,5 milioni di persone potrebbero morire di fame in Somalia».