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Scenario. Assad, Putin, Obama, l'Arabia, i curdi... Tutte le pedine nello scacchere siriano

Federica Zoja lunedì 15 febbraio 2016

Ecco i fronti contrapposti in Siria Bashar al-Assad Il presidente siriano, che non ha mai preso in considerazione né di dimettersi né di lasciare il Paese, intende riprendere il controllo di tutto il territorio, dopo il 'successo' nella riconquista di Aleppo. Finora la manovra del regime, con il sostegno di corpi scelti iraniani e, più di recente, dell'aviazione di Mosca, si è concentrata sulle brigate ribelli filo-qaediste quali Jabhat al-Nusra e non sul califfato di Raqqa. Russia Principale alleato di Damasco, la Russia sostiene l'inamovibilità del presidente Assad, a detta di Mosca unica figura politica legittima. Al supporto logistico, concretizzatosi per un quadriennio nella fornitura di armi e risorse energetiche tramite il porto di Latakia, si è aggiunto l'aiuto militare, con missioni dirette contro le postazioni nemiche. Mosca non è intenzionata a sospendere i propri raid, nonostante l'intesa di Monaco. Turchia Ankara è a un passo dall'intervenire nel Settentrione della Siria contro le roccaforti dello Stato islamico. Nel frattempo, però, continua a colpire le postazioni curde, di fatto l'unico attore efficace nel contenere i jihadisti di Abu Bakr al-Baghdadi nell'area di confine con la Turchia meridionale. Ankara teme le rivendicazioni indipendentiste curde più dell'islam sunnita armato. Curdi Rischiano di essere ancora una volta vittime della Storia, dopo aver fatto il lavoro sporco sul campo per conto terzi. Hanno tenuto testa ai Daesh, acronimo arabo dello Stato islamico, frenandone l'avanzata. I curdi turchi, siriani e iracheni non sono al momento coordinati in termini politici, ma potrebbero superare le divergenze per proclamare uno Stato curdo autonomo nel breve-medio periodo. Arabia Saudita Per il Regno dei Saud si tratta del frangente più drammatico della storia recente: il conflitto in Yemen non si sblocca a favore delle forze lealiste sunnite; gli odiati ayatollah iraniani hanno riguadagnato un credito politico nella regione; il regime sciita di Damasco sta vincendo la guerra. L'intervento armato, in tandem con Ankara, potrebbe essere l'unica via d'uscita per partecipare al tavolo negoziale con autorevolezza. Stati Uniti – coalizione occidentale Il fragile accordo di Monaco per un cessate il fuoco è appeso a un filo, Washington fatica a imporsi sulla Russia e difficilmente avrà un ruolo predominante nella Siria di domani. Il sostegno indiscriminato dato a tutte le opposizioni al regime di Assad, in primis le brigate jihadiste, svuotano di credibilità i richiami al dialogo. Ora la Casa bianca riconosce il peso di Mosca con appelli diretti. Iran Teheran si è defilata rispetto alla trattativa siriana o almeno ha lasciato Mosca prendere le difese di Damasco in modo più scoperto. È il prezzo dell'intesa sul nucleare raggiunta con la comunità internazionale e della sospensione delle sanzioni economiche da parte dell'Occidente. Un atteggiamento politico 'morbido' sul dopo Assad potrebbe facilitare anche la soluzione della crisi yemenita: l'Iran supporta i ribelli sciiti Huthi contro la maggioranza sunnita di Sanaa.