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Siria, il miraggio del dialogo: a Vienna i Grandi fanno flop

GIOVANNI MARIA DEL RE mercoledì 18 maggio 2016
Si è tradotto sostanzialmente in un nulla di fatto l’incontro a Vienna del gruppo di sostegno alla Siria. La riunione si è infatti chiusa senza che si si sia indicata una data per riprendere i negoziati di pace. Negoziati interrotti il mese scorso dopo che la delegazione dell’opposizione al regime di Bashar al Assad aveva lasciato il tavolo, accusando il governo di ignorare la tregua. I combattimenti sono in effetti ripresi soprattutto intorno ad Aleppo, la seconda città del Paese dopo Damasco. L’inviato Onu Staffan de Mistura ha cercato di insistere che rimane il desiderio di far avanzare il processo di pace. «Vogliamo mantenere lo slancio – ha dichiarato –. Non indico la data perché dipenderà da vari fattori», tra cui ha citato anche il Ramadan che comincerà a inizio giugno. Certo è che la data del primo agosto fissata dall’Onu per l’inizio dei colloqui per la transizione politica non è più considerata una scadenza precisa, ma è stata degradata dal segretario di Stato Usa John Kerry a un «obiettivo». Il principale gruppo di opposizione ha dichiarato di non voler tornare ai negoziati senza una tregua completa e l’accesso agli aiuti umanitari. E infatti l’unico risultato concreto della riunione di ieri è l’impegno di Russia e Stati Uniti a sostenere la tregua, elemento che si trova anche nel documento finale della riunione, in cui si «sottolinea l’importanza della piena cessazione delle ostilità per ridurre la violenza e salvare vita», e «la necessità di consolidare il cessato il fuoco di fronte a numerose minacce, soprattutto durante le ultime settimane». Il tutto con un monito: «Se gli impegni delle parti per il cessate il fuoco non saranno attuati in buona fede, le conseguenze potranno includere il ritorno di una guerra in vasta scala». Kerry ha avvertito che chi violerà la tregua potrà essere espulso dal processo negoziale. L’altro obiettivo primario è far ripartire gli aiuti umanitari: il segretario di Stato ha parlato della necessità di un ponte aereo per le aree assediate se sarà impedito (soprattutto dalle truppe governative) l’accesso via terra. Nel documento finale si « insiste affinché vengano fatti passi concreti» per gli aiuti e si chiede la fine degli assedi. Il problema è che rimane una profonda divisione nella comunità internazionale soprattutto sul fronte delle sorti del presidente Assad. Ieri Kerry ha fatto sapere che per gli Stati Uniti resta necessario che lasci la scena politica siriana, mentre la Russia (e con essa l’Iran) continua a sostenere il presidente siriano. Il segretario di Stato, parlando alla stampa al fianco del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e de Mistura, ha chiesto che Mosca usi la sua influenza su Assad per assicurare una transizione in Siria. Lavrov ha negato che Mosca stia sostenendo il dittatore: «Non sosteniamo lui, ma la lotta contro il terrorismo », ha detto. Il russo ha però poi aggiunto che « oggi non vediamo sul campo altre forze più reali ed efficienti dell’esercito siriano, con tutte le sue debolezze ». Il tutto accusando la Turchia di sostenere il terrorismo in Siria. Un atteggiamento che fa infuriare anche l’Arabia Saudita, insieme agli Usa il Paese più ostile ad Assad. Tanto che ieri il ministro degli Esteri di Riad, Adel al-Jubeir, ha parlato di un piano B, «se Assad non rispetta gli impegni internazionali ». Vale a dire «intensificare il sostegno militare» all’opposizione. © RIPRODUZIONE RISERVATA Lavrov (a sinistra) e Kerry (Ap)