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INTERVISTA. Missiroli: «Sarà un mediatore, ma non darà la linea»

Da Bruxelles Gianluca Cazzaniga venerdì 20 novembre 2009
Trent’anni fa l’allora segreta­rio di Stato americano, Henri Kissinger, si chiede­va quale numero chiamare per parlare con l’Europa. Con l’entra­ta in vigore del Trattato di Lisbo­na, «l’Unione europea non avrà un unico numero di telefono, ma cre­do che l’obiettivo a cui puntare sia avere un unico centralino». È il pa­rere di Antonio Missiroli, diretto­re degli studi presso il Centro di politica europea a Bruxelles. Uno degli obiettivi del trat­tato è dare continuità alla relazioni esterne dell’Ue. Ma non ci sarà un solo vol­to a rappresentare l’Euro­pa all’estero? C’è chi parla di quartetto: il presidente della Commissione, il nuovo presidente stabile del Con­siglio, il nuovo capo della politica estera, più la presidenza di turno (che non c’è più in politica estera, ma rimane in altre formazioni del Consiglio). C’è chi parla di quin-­tetto, se si considera anche il Par­lamento europeo ( che vedrà ac­cresciuto il suo ruolo con l’entra­ta in vigore del trattato). Quello che conta è che il nuovo sistema è basato interamente a Bruxelles. Non ci saranno più numeri di te­lefono nelle capitali dei grandi Paesi o nella capitale della presi­denza di turno, ma tutto sarà con­centrato a Bruxelles. Che tipo di presidente serve al­l’Ue? La presidenza stabile ha il vantag­gio di dare continuità ai lavori e di far sì che accordi presi tra i Paesi membri possano essere mante­nuti nel tempo, perché la persona che li ha garantiti è sempre la stes­sa e non cambia ogni sei mesi. E­videntemente, però, questo tipo di presidenza funziona se chi la detiene interpreta il ruolo di me­diatore, di garante, e non di chi vuole parlare a nome dei Ventiset­te e stabilire delle linee politiche. Quindi il trattato non prevede un super-presidente? Assolutamente no. Il profilo e i po­teri del presidente dell’Ue sono più simili a quelli di un segretario generale, cioè di una figura am­ministrativa, che a quelli di una forte figura politica. Inoltre è vero che il presidente avrà il compito di rappresentare l’Ue all’estero, ma il trattato non entra nei dettagli di dove finiscano i poteri del presi­dente e dove comincino quelli di altri attori. Il nuovo capo della politica este­ra dell’Ue avrà più poteri di quel­lo attuale? Avrà più risorse, ma avrà anche più “padroni”. La nuova figura si tro­verà al punto di intersezione tra la Commissione, i Paesi membri e il Parlamento europeo ( che dovrà approvare buona parte del bilan­cio a disposizione del nuovo capo della politica estera dell’Ue). È u­na missione quasi impossibile, perché racchiude tre lavori in u­no: quello di Javier Solana, attua­le capo della politica estera euro­pea; quello svolto a suo tempo da Chris Patten, che era responsabi­le del coordinamento generale delle relazioni esterne nella Com­missione Prodi; e il lavoro svolto da Carl Bildt, che presiede il Con­siglio Affari esteri in quanto mini­stro competente dell’attuale pre­sidenza di turno svedese. Che cosa accadrà dopo la nomi­na delle due nuove figure previ­ste dal trattato? Credo che l’aspetto sperimentale prevarrà nei primi mesi e che la messa in opera del trattato sarà graduale: le poche idee che circo­lano a questo riguardo prevedono delle fasi di revisione nel 2012 e nel 2014.