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Reportage. Romania in Europa, con dignità

Mihaela Iordache venerdì 10 maggio 2019

La Romania, a dodici anni dall’ingresso nell’Ue, resta il Paese dei contrasti, il Paese dello sviluppo ma anche della povertà. Un periodo in cui la Romania ha contribuito alle finanze dell’Unione Europea con 17 miliardi di euro ricevendone, allo stesso tempo, 56 miliardi. Finanziamenti cospicui che, là dove le amministrazioni e i piccoli imprenditori hanno saputo gestirli, hanno creato sviluppo, mentre intere zone, dove non è stato fatto nulla, continuano a vivere come in una sorta di Medioevo.

Non appena arrivi nella capitale Bucarest, tutto può sembrare possibile: è infatti una città dove lo stipendio medio mensile è di circa 750 euro, vale a dire il 70% in più rispetto a quello che si percepisce nella contea di Suceava, nella Moldova romena, la zona più povera ad Est. Vecchio e nuovo, che quasi coabitano. Al numero 1-3 del lungo Bulevard Iuliu-Maniu della capitale c’e la Facolta di Elettronica, Telecomunicazioni e di Tecnologia delle Informazioni, solo a due passi Palazzo Cotroceni, sede della presidenza romena. Le due facoltà si trovano in una grande struttura che appartiene al Politecnico di Bucarest, ma trenta’anni fa era l’Università politica del partito comunista: «L’Accademia Stefan Gheorghiu», dove si insegnava il marxismo-leninismo. Per raggiungerla, anche oggi, basta dire al tassista: «L’ex Accademia Stefan Gheorghiu», non può sbagliare. Ora c’è una altra generazione nei corridoi universitari. Giovani nati dopo la Rivoluzione dell’89, ma che pensano ancora ad emigrare anche se ti dicono sempre che «vorrebbero restare nel loro Paese, ma mancano le prospettive».

Uscendo dal “Complex Leu” dove si trovano le facoltà ma anche due pensionati per studenti, girando poi a sinistra e attraversando un grande incrocio trovi almeno due o tre panifici. Davanti c’è sempre la fila. E non sono solo gli studenti a farla. Per 1,5 lei – meno di 50 centesimi di euro – si compra il tradizionale pretzel – il tipico pane intrecciato tedesco – che i romeni chiamano «covrig». A prezzo doppio, il “covrig” si trova anche qualche metro più avanti, nel modernissimo mall «Afi» dove, tra negozi di lusso, passa ogni tanto un «careto» con, appunto, i covrigi. Buoni ed economici, quelli vicino all’università. A prezzo doppio, quelli davanti alle catene internazionali. Il pretzel se lo possono permettere in molti, nella capitale come nella città più arretrata. Una delle poche cose che sembra unire una Romania divisa in due: quella che si sviluppa, come la “smart city” della Transilvania, Cluj-Napoca, la “Silicon Valley” dell’Est Europa e quella dei villaggi sperduti nell’Est del Paese (Moldova romena), ancora senza fognature, senza strade e in alcuni casi addirittura senza elettricità. È là che gente senza un futuro vive grazie ai sussidi sociali. Ci sarebbero posti di lavoro, ma solo in città. E spesso mancano i mezzi di trasporto, oppure lo stipendio offerto non copre le spese di un soggiorno, sia pur modestissimo, fuori casa. Questo mentre nell’Ovest del Paese manca la manodopera e gli imprenditori sarebbero disposti ad assumere subito centinaia di persone. Ma non si trovano e alla fine la soluzione arriva dal Vietnam e da altri Paesi dell’Asia.

Mancano le infrastrutture e di conseguenza non arrivano neanche gli investitori che potrebbero creare posti di lavoro. La Romania ha solo 823 chilometri di autostrade e 13 cantieri aperti da anni. La Moldova Romena è la più povera in assoluto. E milioni di romeni sono stati costretti ad emigrare per poter aiutare economicamente le proprie famiglie. Ci sono villaggi interi dove sono rimasti solo anziani e bambini. Ma anche negli indici economici, la Romania è divisa: è tra i Paesi con la più alta crescita economica annua (oltre il 4%) ma allo stesso tempo tra i più poveri dell’Unione. Qui il 65% della popolazione vive in povertà. Cinque milioni di persone emarginate in un Paese che offre futuro solo in alcune zone: nella capitale, nell’Ovest del Paese, in Transilvania, alcune città come Oradea, Cluj, Timisoara, Sibiu, Costanza, Brasov.

Ma, ultimamente, si sorride molto per strada: sono i volti dei candidati sui manifesti delle elezioni europee. Tredici formazioni politiche e tre candidati indipendenti per i 32 posti da europarlamentare. Il 26 maggio si vota anche in Romania cui spetta pure il turno della presidenza dell’Ue. Spaccato in due il Paese guarda all’Ue non solo per i fondi europei, ma soprattutto per i valori della democrazia e dello Stato di diritto. Ed è per questo che nel giorno delle elezioni europee il presidente Klaus Iohannis ha organizzato un Referendum sulla giustizia, in particolare sul divieto di amnistia per i reati di corruzione e sul divieto di decreti governativi d’urgenza in materia di reati e pene. Per molti un «tentativo disperato» del capo dello stato di fermare la riforma della giustizia promossa dal Partito social democratico, il Psd, al governo e criticata ripetutamente e aspramente da Bruxelles. La presidenza di turno dell’Unione Europea, è iniziata a gennaio con lo slogan «Coesione: un valore comune in Europa». Ma per i social democratici, in vantaggio nei sondaggi, «la Romania merita più rispetto in Europa». Lo dimostra il loro slogan: «Patrioti in Europa. La Romania merita di più». Un approccio decisamente nazionalista per cui hanno rischiato l’espulsione dal Pse. Il leader socialdemocratico, Liviu Dragnea, condannato non ancora in forma definitiva per corruzione, parla della sovranità del Paese e invita a consumare prodotti romeni.

Gli alleati del Psd, l’Alleanza dei liberali e dei democratici di Alde, puntano sullo slogan: «In Europa con dignità». Il Partito Movimento Popolare parla di 'Uniti in Europa'. Infine i liberali del Pnl (Partito Nazionale Liberale), la principale forza di opposizione in Romania, chiede voti per una «Romania dove si può. Per città europee in tutta la Romania». E per questo appoggiano il presidente Iohannis per un nuovo mandato a fine dell’anno.

(7.Continua)