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Arabia Saudita. Omicidio Khashoggi, cinque condanne a morte

Redazione Esteri lunedì 23 dicembre 2019

La protesta di un gruppo di attivisti davanti all'ambasciata saudita a Washington

Cinque persone sono state condannate dal tribunale di Riad per l'omicidio del giornalista saudita, Jamal Khashoggi, avvenuto il 2 ottobre del 2018, all'interno del consolato dall'Arabia Saudita a Istanbul, in Turchia. Non è stato invece incriminato Saud al-Qahtani, ritenuto l'assistente del principe ereditario Mohamed bin Salman (MbS) ed ex responsabile per la comunicazione sui social media. Altre tre persone sono state condannate a 24 anni per aver «cercato di insabbiare il crimine».

A settembre il principe ereditario saudita Muhammad bin Salman si era assunto tutta la responsabilità politica del crimine, affermando però di essere stato messo al corrente solo in seguito all'accaduto. «Sono responsabile perché si è svolto sotto il mio regno», aveva detto Bin Salman in dichiarazioni rilasciate in esclusiva alla tv americana Pbs. Alla domanda su come sia stato possibile che degli alti funzionari della sicurezza abbiano compiuto una missione del genere a Istanbul per uccidere Khashoggi, il principe aveva risposto: «Abbiamo venti milioni di abitanti, e tre milioni sono impiegati del governo... Ho diversi funzionari, e ci sono ministri che seguono i vari affari».

Pochi mesi prima, il rapporto degli esperti dell'Onu aveva invece puntato apertamente contro principe ereditario saudita, parlando di «prove credibili» di un suo coinvolgimento. A giugno, al termine di indagini durate sei mesi, la relazione di 101 pagine del team guidato dalla relatrice speciale sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie ed arbitrarie, Agnes Callamard, aveva bollato il delitto del reporter come «un'esecuzione deliberata e premeditata» e invitava il segretario generale delle Nazioni Unite ad aprire «un'inchiesta penale internazionale» indipendente dai governi per far luce su killer e mandanti, creando se necessario un tribunale ad hoc.