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THAILANDIA NEL CAOS. Un reporter italiano ucciso mentre fotografava i «rossi»

Nicole Neveh giovedì 20 maggio 2010
Sua sorella Isabella ha detto che «viveva per il suo lavoro». E per il suo lavoro Fabio Polenghi è morto. Fotoreporter di 45 anni, la metà passati in giro per il mondo, è stato ucciso ieri in una strada di Bangkok mentre faceva quello che più amava: chiudere nell’istante di una foto la vita e le storie che si andava a cercare. Indossava un giubbotto multitasche e un casco con un’evidente scritta «press». Ma un destino cattivo ha reso inutile ogni precauzione: è stato colpito al cuore e all’addome, e non c’è stato niente da fare. Non era esattamente e non era solo un reporter di guerra, Polenghi. Era più legato alla fotografia di moda e a quella pubblicitaria, tanto che tra le testate che più hanno pubblicato i suoi lavori ci sono Vanity Fair, Vogue, Marie Claire, Elle. Ma quando trovava un’idea, lo spunto per un reportage, sapeva inseguirlo con tenacia. Aveva girato 70 Paesi, correndo da un posto all’altro con la sua macchina fotografica. Sempre un po’ in disparte rispetto alla “carovana” dei colleghi, «ma prima o poi lo vedevi comparire», raccontano gli amici dell’agenzia Grazia Neri. Una vita randagia. Che l’ha portato a non sposarsi mai, e a tenere sempre pronta la valigia. A Milano, la sua città, ci stava poco. Tornava periodicamente dalla famiglia, la mamma, il papà e la sorella, che vivono nel quartiere ticinese.Dal 2004 lavorava come free lance e le tensioni in Thailandia lo avevano “chiamato” a Bangkok tre mesi fa. Aveva in mente un progetto fotografico per una rivista europea. I colleghi spiegano che non era persona imprudente: era un professionista che faceva quel che andava fatto. «Si era preso dei rischi, ma rischi che tutti noi corriamo ogni giorno, perché se non sei nel punto dove i fatti avvengono, le foto non le fai», ha detto il collega Dario Pignatelli, da un paio d’anni a Bangkok.Polenghi ieri mattina, verso le 9.00, si trovava vicino all’intersezione Sarasin, dentro l’accampamento delle Camicie rosse: pochi minuti prima i militari erano entrati dalle barricate a sud del bivacco, sfondate con l’aiuto di alcuni mezzi blindati. Subito è iniziata una sparatoria tra le forze governative e i ribelli in fuga. Il fotoreporter italiano ha iniziato a scattare. Poi è stato colpito, e si è accasciato. Masaru Goto, un fotografo giapponese che era lì vicino, ha detto di non poter dire da chi sia partito il proiettile, ma che «sicuramente i militari stavano sparando». Fabio Polenghi è stato subito soccorso da alcuni manifestanti e dai colleghi presenti, che l’hanno trascinato sul ciglio della strada e poi caricato di peso su una motocicletta. L’hanno portato al Police Hospital, un chilometro più a nord. Ma è stato tutto inutile. Secondo Mast Irham, un fotoreporter indonesiano che era accucciato a circa 20 metri da Polenghi, «era già morto quando le Camicie rosse l’hanno messo sulla motocicletta». Restano, di Fabio, le sue foto e la sua testimonianza. E una frase, scritta da lui pochi giorni fa sulla sua pagina di Facebook: «Ogni giorno è un regalo. Fai del tuo meglio per essere felice».