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Reportage. «Nei campi profughi, trattati da schiavi»

Nello Scavo lunedì 14 settembre 2015
«Be quiet. Sono di gomma, non uccidono», prova a rassicurare il soldato ripetendo in inglese uno «state tranquilli» che non tranquillizza per niente. Stare tranquilli, mentre appostato in un campo di girasoli appassiti, inserisce nel caricatore proiettili di plastica. «Li useremo solo in casi estremi», spiega con l’espressione svagata di chi è qui come fosse a un’esercitazione contro bersagli di cartone.Dallo stato maggiore di Budapest è partito l’ordine di aprire il fuoco «contro i dimostranti» solo se posti in «serio pericolo». I manifestanti sarebbero in realtà i profughi e quale «serio pericolo» possano costituire neanche i militari lo sanno davvero: «Sono gli ordini».La conferma arriva anche da un dirigente della polizia di Szeged, la città magiara al confine con la Serbia, da dove partono treni e bus carichi di migranti. Il poliziotto non è contento di come si stiamo mettendo le cose. «Abbiamo combattuto i nazisti e i comunisti ed eravamo sempre dalla parte giusta», dice indicando le foto dei suoi nonni, come lui anch’essi in divisa ed entrambi esiliati nel libero Ovest. «Spianare i fucili contro gente inerme e disarmata. Ai miei uomini quell’ordine non lo darò mai. Potranno togliermi la divisa e lo stipendio, non l’onore di magiaro». È un ragionamento che da solo spiega perché Viktor Orban non si fidi della polizia e dei politici di Szeged, la città ribelle che da anni continua a negargli, caso pressoché unico nel Paese, la maggioranza nei collegi elettorali.Dopo avere sostituito il ministro della Difesa con quello dello Sport, accusando il primo di avere costruito una barriera solida come il burro, Orban ha già mobilitato l’esercito senza aspettare le decisioni di Bruxelles. Mentre alcune decine di carcerati in tuta grigia stanno rinforzando i cavalli di frisia come ai tempi dei campi di lavoro di staliniana memoria, i rastrellamenti sono stati intensificati. Lo dimostra il crescente numero di reclusi nei centri di raccolta. Quello di Röszke, con i suoi due hangar sbarrati, è noto a tutti grazie alle immagini rubate della distribuzione di panini gettati ai migranti come fossero in una porcilaia. Ma ci sono altre strutture, come a Debrecen, di cui si sa poco o nulla. L’Alto commissariato Onu per i rifugiati ha ottenuto un accesso solo parziale. E ogni qualvolta le Ong e la stampa chiedono di poter entrare, la risposta è sempre uguale: «Non sono ammesse interferenze con le procedure di polizia».Le testimonianze di chi è scampato a quei luoghi sono un atto d’imputazione che sta facendo saltare i nervi a Viktor Orban, il quale ieri si è beccato del "nazista" dal confinante cancelliere austriaco Werner Fayman. Accuse che per ora non cambiano le sorti di malcapitati come Elian Ahmed e suo marito Rawan Ati, entrambi di 23 anni. Sono arrivati con il loro bambino nato da poche settimane. Appena messo piede in Ungheria la polizia li ha convinti a farsi accompagnare nel centro di identificazione di Röszke, dove il piccolo avrebbe potuto essere accudito e, nel giro di tre 36 ore al massimo, avrebbero potuto riprendere la strada per Vienna in tutta sicurezza. Scappavano dalle bombe di Assad e dagli squadroni dell’Is. Ma qui, in Europa, «siamo stati trattati in modo molto disumano, come se fossimo schiavi». Farsi capire dagli agenti è un’impresa. Nessun mediatore culturale, nessuna assistenza legale. «Non è per noi che serve il traduttore», ironizza Ahmad, sedici anni e i polpastrelli incollati allo smartphone. «È per loro che occorre l’interprete, perché noi parliamo inglese, i poliziotti no». Anche Remis Shekal ha una storia tutta da raccontare. Trent’anni e sei figli, tutti minorenni. Il marito era in Norvegia da prima della guerra e da lì è riuscito a pagare la fuga della famiglia. Una volta arrestati lei e i bambini sono stati separati e condotti in due centri differenti. Per cinque giorni ha vissuto nell’inferno del dubbio sulla sorte dei due maschietti più grandi. «Quel posto non è adatto neanche agli animali», racconta agli operatori di Human Right Watch una volta arrivata a Budapest finalmente insieme. «Quando mi sono rifiutata di farmi prendere le impronte, per non dovere restare in Ungheria, prima mi hanno lasciata tornare nella "gabbia" con gli altri. Poi hanno cominciato a svegliarci di notte, all’improvviso, per spaventarci e costringerci a cedere». Guantanamo non è poi così lontana.