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Reportage. Qui Sinjar, dove resiste il popolo yazida

Sara Lucaroni sabato 1 agosto 2015
I ragazzini sono ipnotizzati dal Tigri. Vorrebbero tuffarsi dal fango delle sponde, ma il più delle volte rimangono lì a guardare fissi quel verde liquido, cercando il coraggio per entrare in acqua. Sopra le loro teste, sul ponte, l’imponente check-point dell’esercito curdo peshmerga: un segno, a suo modo solenne, dell’ingresso in un’area combattuta e sofferta: la regione del Sinjar. Passano solo i pick-up dei soldati, qualche camion con le merci per i primi bazaar riaperti negli ultimi mesi. Ogni tanto, l’auto di un civile che si dirige verso le poche case rimaste intatte sulla strada principale: una striscia di asfalto devastata dalle buche, dal tempo, dalla guerra. La vita, però, sta tornando. Confine nord dell’Iraq: il Kurdistan si incunea sotto la punta estrema della Siria e la Turchia. Il 3 agosto di un anno fa, dopo un’avanzata atroce dalla Piane di Ninive, l’Is aveva costretto alla fuga (verso Erbil, Dohuk, Zakho) un milione di civili: cristiani, turcomanni, ma soprattutto yazidi (una minoranza religiosa pre-islamica, con una storia di quattromila anni), che si sono rifugiati su questa montagna sacra da cui traggono lo loro forza identitaria. I jihadisti volevano cacciare, bruciare, cancellare la loro comunità: 500mila persone accusate di praticare una religione sincretica, “adoratori del Diavolo”. Ci sono quasi riusciti.

Ora, qui, nella valle del Sinjar l’unico rumore è quello del vento e dell’erba secca. Avvolge le carcasse delle auto bruciate, dei crateri lasciati dagli Rpg. Le case di cemento, raggruppate in piccoli villaggi a distanza di qualche chilometro l’uno dall’altro, sono scheletri di mattoni. O sono intatte, ma con la porta spalancata: il segno dolente di una fuga improvvisa. La città di Sinjar, “capitale” della regione, resta occupata dai miliziani. Ci si può solo avvicinare. Poco prima di entrare nella città di Rabiaa, sulla strada, c’è un presidio con la bandiera gialla del Ypg, le Forze di Difesa del Popolo, i combattenti curdi siriani. Spicca l’enorme relitto di cemento dell’ospedale cittadino. Quando l’Is è arrivato, dentro c’erano molti pazienti. Hanno preso anche loro. «Non ci aspettavamo quel che sarebbe accaduto ». Il comandante peshmerga, generale Isaa Zwai, abbraccia con lo sguardo la valle. È il responsabile dell’area del fronte al confine turco-siriano. «La zona è libera dal 16 dicembre, siamo arrivati qui da Rabiaa, e abbiamo combattuto per liberare l’area e aprire il varco dal quale far fuggire le famiglie rimaste intrappolate per mesi, sotto l’attacco costante di Daesh» (acronimo arabo dello Stato islamico). La caserma in cui opera Zwai è strategica. Qui passano i comandati dispiegati nell’area, o in riposo durante i cambi, ed è una base operativa pronta per coordinare interventi di rilievo. Intorno ci sono poche case di pastori. Sono i bambini a portare fuori il gregge. Il più grande sta seduto, i fratellini giocano nel campo verso la strada. «Stiamo aspettando gli ordini del presidente Barzani per eventuali attacchi. Adesso l’urgenza è Mosul, siamo in attesa dell’offensiva in Iraq. Per intanto, pensiamo alla sicurezza. Abbiamo fermato ihadisti ’Is anche per voi, per l’Europa, e senza l’Europa, il vostro sostegno, non ci saremmo riusciti. Questo del Califfato è un problema di tutti, non solo del Kurdistan, dell’Iraq, della Siria».

La strada che porta fuori dalla città è costeggiata da villaggi abbandonati. Ma i segni più evidenti di un assedio sono poco più avanti, verso Naaim e Al-Qanat. Ogni casa è sistematicamente colpita, il tetto tipico, che sorregge il patio, è spezzato. Nel cuore della piana, a Snuny, altra città yazida, ci sono ancora i manifesti di un anno fa: un cantante locale in concerto, un bar nuovo, le insegne dei ristoranti con numeri e cibi in evidenza. Ma sui muri, scritte con lo spray, ci sono le frasi dei miliziani. Che parlano solo di morte, violenza. Oggi le bandiere curde sono ovunque. E anche i simboli del Pkk. La collaborazione con il Partito Curdo dei Lavoratori c’è, ma non se ne parla volentieri, specie adesso che la Turchia “non sta lavando i panni in casa”. Molti meccanici sono diventati demolitori, l’attività principale nei quartieri più transitati: recuperano parti di automezzi abbandonati da smontare e rivendere. La luce azzurra dei saldatori dentro le botteghe è un altro segno del passato che si allontana. Tutto funziona con i generatori, manca acqua e corrente. Si sta cercando di rendere operativo l’ospedale cittadino. Il centro, tagliato in due da un’unica strada, è ora un check-point con i simboli del Kurdistan: un trionfo di bandiere che ricorda sia chi è caduto sia il futuro che verrà.

«Abbiamo riconquistato questa città il 19 dicembre», spiega il capo della polizia di Sinjar, Kasem Summo. Per lui il ricordo di quel che è accaduto un anno fa è fortissimo. «Ero in città, a Sinjar. Loro hanno attaccato e abbiamo cominciato ad avvertire la popolazione. Morire o fuggire. Ma non avevamo mezzi. Loro bombardavano e avanzavano e noi fuggivamo verso la montagna con le famiglie». Summo spiega di essere uno di quelli che sono rimasti per settimane a impedire che gli uomini del Califfato salissero per uccidere, o per catturare le donne. Gli attacchi, fino alla liberazione del primo varco verso la Turchia e il Kurdistan, e quindi fino alla liberazione, in dicembre, dell’80% della provincia, sono stati almeno una ventina. «Sono tra quelli che non hanno voluto lasciare mai la sua terra. Ho digiunato insieme agli altri per far mangiare i bambini. Poi i primi voli aerei dall’Iraq hanno portato acqua e cibo. Un pasto ogni tre, quattro giorni. E intanto combattevamo in attesa dei rinforzi, degli aerei della coalizione, degli aiuti dai voli». Fino a oggi sulla sommità della montagna sono rimaste cinquemila persone. Qualcuno è tornato alle proprie case. Tanti hanno preferito il primo rifugio ai primi campi profughi di Khanke e Khandia. Dalla Piana di Ninive si alzano colonne di fumo. La montagna guarda. Protegge. E sogna di ricominciare.