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Inferno Congo. Rastrellamenti e massacri, emergenza nel Kasai

Paolo M. Alfieri martedì 4 aprile 2017

Vecchi fantasmi di guerra si riaffacciano sulla Repubblica democratica del Congo, in preda a violente tensioni interne che rischiano di sfociare in un conflitto aperto. Da una parte lo stallo nella situazione politica che vede contrapposto il presidente Joseph Kabila ai gruppi di opposizione; dall’altra gli scontri nella provincia del Kasai tra forze governative e ribelli locali, con la scoperta di altre 13 fosse comuni. In mezzo i civili, l’umanità dolente di un popolo che non ha mai conosciuto una transizione pacifica del potere e che non gode delle grandi ricchezze del sottosuolo. Quello spiraglio di dialogo con cui si era chiuso il 2016, “l’accordo di San Silvestro' mediato dalla Chiesa locale tra gli uomini del presidente e l’opposizione sembrava poter indirizzare il nuovo anno sui giusti binari. Kabila accettava di dimettersi dopo le nuove elezioni alla fine del 2017.

Tre mesi dopo, quell’intesa è su un binario morto e gli stessi vescovi si sono ritirati dalla mediazione denunciando «la mancanza di una sincera volontà politica» per trovare un compromesso. Lo stallo nei negoziati ha provocato disordini nella capitale Kinshasa e l’opposizione ha convocato una protesta per lunedì prossimo. È a livello regionale, però, che si riscontrano le tensioni più forti. Dalle violenze nel Kivu e, nel nord, nel-l’Ituri, al ricchissimo Katanga nel sud, per arrivare agli echi di guerra del Kasai, dove si contrappongono le forze governative alla milizia Kamwina Nsapu. Si parla già di almeno 400 morti, ma è una stima largamente al ribasso. «Abbiamo lavorato con le autorità e scoperto le nuove fosse comuni nel Grand Kasai.


Il numero totale è passato da 10 a 23 fosse comuni», ha spiegato ieri il responsabile della missione Onu, José Maria Aranaz. Le autorità hanno invece denunciato un nuovo attacco ribelle avvenuto venerdì, con il massacro di 8 persone. Secondo fonti locali, peraltro, in tutto il Kasai si stanno verificando anche rastrellamenti e decapitazioni ai danni dei ribelli ma anche di civili, da parte degli uomini mandati da Kabila. Non solo. Padre Jeannot Mandefu, docente all’università di Kananga, ha riferito: «I militari sono venuti a prendere i miei studenti. Ho detto al generale: stanno solo studiando. Ma lui ha replicato che li considerava miliziani ribelli».

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E ancora: «Denuncio con indignazione lo sterminio evidente pianificato e organizzato della gioventù del Kasai per ragioni che solo il potere in atto conosce e che solo un’indagine indipendente può spiegare». Due settimane fa almeno 40 agenti di polizia erano stati uccisi e decapitati dai miliziani in un’imbo- scata, ma anche le forze di sicurezza sono accusate di violenze indiscriminate. C’è anche un video che inchioderebbe i militari, ripresi mentre uccidono dei sospetti. L’Onu ha invocato un’inchiesta sulle violenze contro i civili, richiesta caduta nel vuoto. Estrema preoccupazione è stata espressa anche dal vice ministro degli Esteri italiano, Mario Giro.

Ieri sono stati la Conferenza episcopale congolese e il nunzio apostolico nel Paese, l’arcivescovo Luis Mariano Montemayor, a dirsi preoccupati per l’uso eccessivo della forza da parte delle forze governative, invocando invece il dialogo e una risposta politica: «Non saranno le vendette a risolvere i problemi», recita una nota, che condanna il reclutamento di giovani e l’uccisione di civili da parte degli insorti. Numerosi, peraltro, sono stati in questi mesi gli attacchi subiti dalla Chiesa: solo per citarne alcuni l’assalto alla parrocchia di San Domenico a Limete, nella capitale, quello al Seminario maggiore di Malole e quello alla parrocchia di Santa Maria di Lukalaba, nel Kasai. Ancora nei giorni scorsi i militari avrebbero saccheggiato il vescovado e colpito un convento e il seminario minore a Kinshasa.