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Cisgiordania. Ramallah, il fuoco oltre il muro. Dove la vita resta tagliata a metà

Claudio Monici, inviato a Ramallah (Cisgiordania) sabato 3 novembre 2018

Il muro che divide

Nella sala si accendono le luci e il regista Mohammed Alatar si concede al pubblico: «Israele ha solo chiuso il fuoco dentro un muro, sette volte più grande di quello di Berlino». È una delle ultime serate della rassegna de «I giorni del cinema Palestinese». La quinta edizione. La modernissima sala cinematografica della City hall, dalle eleganti poltrone di velluto rosso, accoglie un pubblico per lo più giovane, moderno, funzionari diplomatici europei, e molte donne musulmane senza velo, accanto alle coetanee cristiane palestinesi.

Mohammed Alatar racconta la storia del suo documentario che parla del «muro» e puntualizza: «Il problema, oggi, non è più la questione dei Territori occupati dagli insediamenti israeliani. La terra oramai se la sono presa quasi tutta, e continueranno a farlo nel silenzio totale. La questione vera è: che cosa fare dei palestinesi profughi, rifugiati, della diaspora dispersi tra Giordania, Libano, Siria, West Bank e Striscia di Gaza, con in tasca ancora le chiavi delle loro case che hanno dovuto abbandonare decenni fa sperando, un giorno, di farci ritorno, mentre oggi ci vivono gli israeliani?».

Ramallah, anima e cuore della Palestina, sede dell’Autorità palestinese, del Parlamento e dei ministeri, è anche questo: strade affollate di auto coreane, vita notturna, ristoranti eleganti, feste, concerti e rassegne culturali. La sua modernità e la sua convivenza pacifica per il momento sembrano in grado di tenere lontano, almeno qui, lo spettro di un conflitto sanguinoso e ancora vivo (si veda la Striscia di Gaza, ndr) che da più di mezzo secolo oppone Israele e i Territori palestinesi.

E poi c’è il muro a rendere la vita complicata, difficile. Anche dolorosa, quando per spostarsi da un punto all’altro, anche solo per farsi ricoverare in un ospedale, bisogna avere in mano un permesso israeliano per attraversare settori vietati ai palestinesi. E non è detto che venga sempre rilasciato. «In Cisgiordania, solo il 6 per cento dei posti di controllo che gli israeliani hanno istituito per difendersi da noi, separano gli israeliani dai palestinesi – spiega il regista –, perché il restante 94 per cento, di fatto, divide palestinesi dai palestinesi».

“Broken”, il documentario di Mohammed Alatar, è un viaggio attraverso tre continenti per «capire il muro». Parlano esperti, gente comune, diplomatici e giudici. Ma anche chi lo ha realizzato questo muro che spezza la vita e il dialogo: il colonnello israeliano Danny Tirza. L’architetto che ha costruito la barriera di 700 chilometri, di cui l’80 per cento eretta illegalmente in territorio cisgiordano, ben dentro la «linea verde» del cessate il fuoco del 1949, per «impedire ai terroristi arabi palestinesi di raggiungere le città israeliane». Eppure anche muratori palestinesi hanno contribuito alla realizzazione della divisione di cemento armato, con la loro manodopera. Ma come non comprendere questa contraddizione, quando il tasso di disoccupazione affligge più del 60 per cento della Palestina.

Nel 2004, la Corte internazionale di giustizia dell’Aja, su richiesta dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, aveva vagliato il «caso-muro», per esprimere una ferma condanna «perché contrario al diritto internazionale». Aveva anche invitato Israele a fermare i lavori, iniziati due anni prima, e a rifondere i danni. Quattordici anni dopo il muro è in via di ultimazione e nessun palestinese che si è visto sottrarre la propria terra, spesso unica fonte di reddito agricolo, è stato rimborsato.

Nel silenzio totale della comunità internazionale, tranne rare eccezioni, il muro cammina e gli insediamenti si moltiplicano. Adesso anche a Gerusalemme est.

Il pomeriggio è già buio quando gli ultimi pendolari s’affrettano battendo svelti passi in direzione del posto di controllo militare. Un percorso di gabbie che sembrano quegli zoo di un tempo lontano e ormai dimenticato. Lungo il tragitto obbligato, lampioni e grandi fari accesi gettano fasci di luce gialla che si impasta con il nero del cielo, il ferro dei reticolati, l’asfalto bagnato, l’acciaio del tunnel a gabbia, e tutto si ammanta di arancio ruggine rendendo quel percorso un luogo cupo che richiama l’immagine sofferente di un futuro claustrofobico. La sera è tutto più semplice per un palestinese che torna a casa dopo il lavoro. Il check point, in genere, è aperto, senza soldati israeliani, e si passa via che è un piacere. Ma è al mattino che bisogna alzarsi presto, prima delle quattro, per attraversare svelti la barriera, e raggiungere il proprio lavoro in tempo.

Cisgiordania, o Giudea e Samaria, o West Bank, «sponda occidentale» del fiume Giordano. Arcipelago Palestina, o anche territori occupati, «parzialmente», da Israele, o territori israeliani sotto amministrazione palestinese. Dipenderà sempre da quale parte verrà letta e raccontata questa storia. Sta di fatto che quella tra israeliani e palestinesi è una storia infinita. Un contorto groviglio di odi, torti, ragioni, rivendicazioni e vendette. Che nel tempo hanno solo allargato la frattura e fatto crescere muri, ampliare i fossati, ed esplodere le guerre.

C’è stato un tempo che sembrava d’essere arrivati a un approdo, a una pace definitiva, dopo la storica stretta di mano tra due ex nemici, Arafat e Rabin. Ma quel sogno si spezza quando il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin viene assassinato da un giovane colono ebreo contrario agli accordi di pace di Oslo con i palestinesi dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina di Yasser Arafat.

Da quella fatale sera a Tel Aviv, era il 4 novembre 1995, sono trascorsi ventitré anni, una serie di rivolte palestinesi, molti attentati dinamitardi che hanno fatto strage di israeliani dentro agli autobus, e guerre di carri armati e aviazione in risposta ai missili lanciati dai miliziani di Hamas contro Israele. Quello che accora succede nella Striscia di Gaza, prigione a cielo aperto senza speranze per i suoi giovani, cresciuti nella guerra, se non il martirizzarsi. Ma anche simbolo della separazione, non solo fisica, anche politica, che da 10 anni esiste tra il movimento di Hamas e l’Autorità palestinese. E che rende tutto ancora più complicato.

La Cisgiordania, in base agli accordi di pace di Oslo del 1993, è evidenziata in tre corpi «A», «B» e «C». Il settore «A», più che altro rappresentato dalle città palestinesi di Ramallah, Nablus, Tubas, Gerico, Hebron (tranne la città vecchia), Tulkarem, Qalqilya, Jenin, è sotto amministrazione e sicurezza dell’Autorità palestinese. In «B» l’amministrazione civile è sempre palestinese, ma il controllo e la sicurezza è israeliana. La «C», invece, è sotto l’esclusiva giurisdizione dell’esercito israeliano. Il fatto è che la maggior parte del territorio della West Bank si trova nel settore «C» e questo aspetto rende i settori «A» e «B» delle isole senza alcun ponte di contatto diretto tra di loro, ma soltanto insediamenti dei coloni israeliani che fanno da cuscinetto.

Nei 5.600 chilometri quadrati di Cisgiordania, vivono circa tre milioni di Palestinesi: i settori «A» e «B», il 40 per cento della West Bank, ospitano l’80 per cento della popolazione palestinese; nel restante 60%, nell’area «C», (circa 300mila palestinesi), ricca di risorse naturali, minerali, agricole e poi pregiata risorsa turistica per via del Mar morto, vent’anni fa i coloni israeliani erano 100 mila, oggi superano il mezzo milione e continuano ad aumentare.

L’ambasciatrice palestinese Amal Jadau, a capo del Dipartimento Europa per il ministero degli Esteri della Palestina spiega: «Vivere sotto occupazione sta diventando sempre più difficile per noi palestinesi. Da quando il presidente americano Donald Trump è alla Casa Bianca, gli insediamenti dei coloni israeliani si sono quadruplicati. Trump ha anche deciso di tagliare i finanziamenti americani diretti all’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (Unrwa), il 40 per cento del totale dei donatori internazionali. Erano risorse fondamentali per 5 milioni di rifugiati palestinesi che si nutrono, studiano e si possono curare, solo grazie ai progetti umanitari dell’Unrwa».