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LE PRIGIONI. Quei gironi infernali dimenticati dal mondo

Paolo Lambruschi mercoledì 7 novembre 2012
La fotografia dell’orrore è solo parziale. Il rapporto di Habeshia prende in esame "appena" 9 degli oltre 20 centri di detenzione libici, in 8 dei quali sarebbero rinchiusi oltre 3400 profughi subsahariani. Ma è un orrore che basta e avanza. Parla di schiavitù, stupri, uccisioni. In questo, la Libria del post-Gheddafi non appare affatto cambiata.
 
BengasiSono circa 400 i detenuti a Medina Riyada. Il centro dovrebbe essere gestito dalla "Mezzaluna Rossa", in realtà comandano i miliziani armati della rivoluzione, che si dichiarano jihadisti. È il carcere più duro, i locali di detenzione sono ricavati da vecchi container, il cibo è scarso e l’assistenza medica inesistente.«Ci sono donne incinte – dice il rapporto – abbandonate a se stesse e due bambini sono nati in un container senza alcuna assistenza. Diverse prigioniere sono state violentate e per vincerne la resistenza gli aguzzini le hanno colpite con una pistola elettrica. Almeno 140 uomini sono stati portati via per lavorare come schiavi a servizio dei militari oppure presso tenute agricole e aziende di personaggi vicini ai fondamentalisti. L’ultimo prelievo forzato risale al 2 ottobre scorso quando 15 detenuti sono stati scortati fuori dal campo. Non si sa che fine abbiano fatto».
HomsI prigionieri sono 570, di cui 200 eritrei. Gli altri provengono da Somalia, Etiopia, Nigeria, Mali, Sudan.«Le ultime donne, 28 in tutto, di varia nazionalità – aggiunge don Zerai – sono state registrate il 3 ottobre: la sera stessa sono state picchiate duramente soltanto per aver chiesto un po’ d’acqua da bere. Alle donne malate o in stato di gravidanza viene negata qualsiasi assistenza. Ogni accenno di protesta viene punito anche con la morte, com’è capitato a tre giovani eritrei e a un somalo. Contro questa serie di soprusi le donne hanno organizzato uno sciopero della fame. La protesta è stata repressa selvaggiamente».
TwaishaCarcere per detenuti comuni situato alla periferia di Tripoli, con una grande sezione riservata agli stranieri irregolari. I profughi prigionieri sono attualmente 610, 550 uomini (500 somali e 50 eritrei) e 60 donne, 50 somale e dieci eritree. Tre eritree sono in stato di gravidanza, una all’ottavo mese. Tutti, incluse le donne incinte, soffrono per mancanza di cibo e di acqua. Molti sono lì da oltre sei mesi, torture e punizioni con scosse elettriche sono all’ordine del giorno. Chi ha tentato la fuga ha subito pesanti sevizie.
Sibrata Mentega DelilaNuovo centro di detenzione alla periferia di Tripoli. I prigionieri sono oltre 350. Circa 50 sono donne. Con loro, alcuni bambini di cui due piccolissimi: uno ha solo 18 mesi e ha urgente bisogno di cure mediche. Il 21 luglio un ragazzo di 18 anni è stato preso a fucilate dalla polizia durante una manifestazione di protesta. Ferito all’addome, è stato ricoverato in ospedale in gravi condizioni. Gli agenti lo hanno presentato come un ex mercenario di Gheddafi, protagonista di una sommossa. In realtà è un profugo eritreo che, insieme ad altri giovani affamati e disperati, chiedeva cibo e acqua. Pesanti maltrattamenti sono stati inflitti alle detenute, una in avanzato stato di gravidanza. Tutti i prigionieri sono richiedenti asilo, ma qui, come in altre carceri, vengono fatte pressioni perché acconsentano a farsi registrare presso le ambasciate dei paesi d’origine, preludio al rimpatrio.
KufraSituato nell’estremo sud, nella città nata intorno all’oasi nel deserto del Sahara, vi finiscono migranti e profughi sorpresi dopo aver varcato la frontiera. Vi sono ammassati centinaia di giovani, uomini e donne, in condizioni quasi di schiavitù, costretti al lavoro forzato spesso senza cibo né acqua. Emblematica è la storia di una ventina di ragazzi eritrei. Fuggiti dall’Eritrea in Etiopia e in Sudan, sono riusciti a raggiungere la Libia con un avventuroso viaggio nel Sahara. Poco dopo aver varcato il confine del Fezzan, sono stati intercettati da una pattuglia di miliziani nelle vicinanze di Mesrué. Sedici sono stati trasferiti a Kufra, degli altri quattro – tre donne e un adolescente – non si è avuta più notizia. A Kufra i 16 eritrei hanno trovato altri 30 somali catturati da poco nel deserto libico. Tutti sono stati costretti a lavorare per i soldati e sono stati ricattati: alcuni militari hanno chiesto loro una taglia di 800 dollari per portarli in un luogo più sicuro.
GanfudaNel 2009 vennero massacrati qui 20 somali, oggi ospita circa 600 detenuti, oltre 100 dei quali eritrei, 80 etiopi, 150 somali, gli altri provenienti dal Sudan e da altri paesi dell’Africa occidentale. Cibo e acqua vengono distribuiti ogni 5 giorni. Somali, eritrei ed etiopi sono apertamente discriminati per motivi religiosi. Per loro le razioni sono sempre più scarse, non ricevono sapone e detersivi per l’igiene personale, sono puniti e picchiati di continuo senza un motivo reale. All’inizio di ottobre, quattro ragazzi eritrei sono stati massacrati a bastonate, calci e pugni con la falsa accusa di aver tentato la fuga. Il giorno dopo lo stesso trattamento è stato riservato a tre somali.
MishrataCirca 250 prigionieri, quasi tutti migranti dall’Africa Occidentale. Gli eritrei sono soltanto 5, due di loro sono feriti gravemente per i continui pestaggi subiti dalle guardie fin dal loro arrivo, tra il 15 e il 20 settembre: uno ha lesioni alla testa, l’altro un braccio spezzato. Non hanno mai ricevuto cure mediche.
ZawyaI detenuti sono quasi 500, di cui 65 eritrei e 23 somali. All’ingresso, le guardie hanno tolto a ciascuno tutto il denaro che aveva. Formalmente si tratterebbe di un sequestro, in realtà è un vero e proprio furto. Poco cibo, acqua scarsa e spesso negata per punizione, alloggi sovraffollati, nessuna assistenza medica.
SharimetarSituato nei sobborghi di Tripoli, questo centro di detenzione ospita un centinaio circa di migranti e profughi, 35 dei quali eritrei e 10 somali. La razione di cibo si limita a una pagnotta di pane raffermo e a un po’ d’acqua ogni 48 ore. Pestaggi e punizioni, invece, sono quotidiani per chi osa protestare. Per feriti e malati non c’è alcuna forma di assistenza medica.