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Pre-Cop. Kerry: «Glasgow è la sfida del secolo». Ma la fedele Australia rompe il fronte

Lucia Capuzzi sabato 2 ottobre 2021

L'accordo c’è. Almeno in teoria. I dettagli devono essere ancora messi a punto ma i cinquanta ministri dell’Ambiente riuniti a Milano per la conclusione del summit preparatorio al vertice Onu sul clima sono determinati a mantenere l’aumento della temperatura entro la soglia dell’1,5 gradi. Il “club del 55” – quanti producono, cioè, il 55 per cento del Pil mondiale: Canada, Giappone, Usa, Regno Unito e Unione Europea –, in particolare, ha garantito impegni seri. «E altre nazioni stanno già temperando le matite».

Ad anticiparlo è stato John Kerry, inviato per il clima di Washington. E il presidente del vertice Onu (Cop26) di Glasgow, Alok Sharma, lo ha confermato poco dopo. «Abbiamo raggiunto un consenso sulla necessità di fare di più per contenere il riscaldamento del pianeta», ha detto. L’intesa di massima sembra aver sciolto alcuni punti dolenti. Si prevede un’accelerazione della decarbonizzazione – come chiesto a gran voce dai quattrocento giovani attivisti convocati nei giorni scorsi – e l’erogazione, entro il 2025 del fondo da cento miliardi di dollari l’anno per aiutare il Sud del mondo a far fronte all’emergenza climatica. Il pacchetto di finanziamenti per l’adattamento e la promozione della transizione verso energie pulite degli Stati poveri era stato deciso a Parigi nel 2015.

Finora, però, la promessa è rimasta sulla carta. Adesso la necessità di mettere mano al portafogli da parte del Nord del pianeta è ineludibile. Sintonia alla pre-Cop di Milano anche sul portare avanti la scrittura del “Rule book”, il libro delle regole per dare seguito agli impegni presi sei anni fa, con lo storico accordo della Cop21. «Merito dei giovani – ha aggiunto Sharma –: la loro energia ha galvanizzato i ministri. Dobbiamo dar seguito a quanto ci hanno chiesto».

Per questo, il responsabile della Conferenza Onu, in programma a Glasgow tra il 31 ottobre e il 12 novembre – ha annunciato l’intenzione di aprire ai rappresentanti degli under trenta. Proprio sull’onda dello slancio dei millennials i delegati al summit preparatorio hanno deciso di alzare il tiro sugli obiettivi – i cosiddetti Ndc – di riduzione delle emissioni. Quelli attuali sono inadeguati per contenere il riscaldamento. Il loro aggiornamento – soprattutto per quanto riguarda l’impiego di carbone e combustibili fossili – è uno dei punti cruciali di Glasgow.
Perfino la Cina – principale inquinatore mondiale – si sarebbe detta disponibile a collaborare. «Biden e il presidente Xi hanno avuto una telefonata molto positive un paio di settimane fa: hanno concordato sulla volontà di trovare un terreno comune di collaborazione», ha affermato Kerry. «Già 70 nazioni hanno, però, deciso di aumentare gli obiettivi: così si può arrivare a un taglio del 26 per cento entro il 2030», ha detto Sharma, suggellando la previsione con un abbraccio con Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica italiano, che l’ha accompagnato durante l’incontro finale.

«Sarei molto stupito se ci fosse ancora una consistente industria del carbone oltre il 2040», ha ribadito Frans Timmermans, vice presidente della Commissione Ue, secondo cui il cambiamento climatico è «la più grande minaccia per l’essere umano». Proprio sul dossier decarbonizzazione, tuttavia, ha rischiato di spegnersi l’entusiasmo generale. La doccia fredda è arrivata dall’Australia dove il primo ministro, Scott Morrison, in un’intervista al quotidiano West Australian, ha escluso, in forma quasi definitiva, la propria partecipazione a Glasgow. La ragione ufficiale sono i 14 giorni di quarantena chiesti al rientro dalle autorità di Canberra. «Ho già passato troppo tempo in isolamento», ha raccontato. Pochi, tuttavia, ci credono. Il liberale Morrison ha forti difficoltà a far accettare la rinuncia al carbone e al gas, di cui l’Australia è tra i primi esportatori mondiali, ai propri cittadini. E all’agguerrita ala conservatrice della sua maggioranza, sostenuta dal settore minerario.

Sulla sponda opposta ci sono Usa e Gran Bretagna, con cui Canberra ha appena siglato un importante accordo militare in chiave anti-cinese. Il clima è una priorità sia per Washington sia per Londra, poco disponibili ad incassare la defezione australiana.

L’alto commissario del Regno Unito a Canberra, Vicki Treadell ha subito avvertito Morrison che sarebbe «molto deluso» da una sua assenza al summit scozzese. Fino ad ora, il premier s’è mosso sul filo del rasoio. Ufficialmente il governo ha assicurato una sforbiciata ai gas nocivi intorno al 26-28 per cento nel prossimo decennio. Nonché il raggiungimento della neutralità carbonica entro il 2050. Garanzie ribadite anche in un recente incontro con Joe Biden. Alle parole, però, non sono ancora seguite politiche concrete. Ed eludere l’appuntamento di Glasgow potrebbe consentire di prendere ulteriore tempo anche se – ha precisato il ministro degli Esteri, Marise Payne – «l’Australia sarebbe comunque rappresentata da delegati di alto livello».

La «sfida del secolo», di cui la Cop26 sarà la linea di partenza, come ha enfaticamente sottolineato Kerry, potrebbe rivelarsi più dura del previsto. Intanto, la diplomazia climatica internazionale guarda già al dopo summit. Il prossimo vertice, secondo quanto annunciato dall’inviato Usa, nel 2022, sarà in Egitto, che si era candidato a nome dell’Africa, Continente per cui l’emergenza clima è quotidiana realtà.