Mondo

Intervista. Il politologo Maïla: «Il califfo ora sta cercando una guerra senza quartiere»

Alessandro Zaccuri mercoledì 18 novembre 2015
«Si può discutere sul modo in cui il presidente Hollande adopera il termine “guerra”, ma da un certo punto di vista sì, bisogna ammetterlo: quella scatenata da Daesh (acronimo arabo di Stato islamico) è davvero una guerra». Joseph Maïla lo dice così, con chiarezza e sicurezza. Politologo di fama internazionale e autorevole studioso del mondo islamico, oggi è direttore del Centro di ricerche sulla pace dell’Institut Catholique di Parigi, di cui è stato anche rettore. Lo incontriamo a Milano, dove si trova per partecipare alla giornata di studi promossa dall’archivio “Julien Ries” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. «Gli attacchi di venerdì sera sono il segno che il jihadismo sta compiendo un ulteriore salto di scala», dice.Quali sono gli elementi di maggior novità?Vanno tutti sotto il segno dell’unificazione, della convergenza di fenomeni diversi in una stessa direzione. La prima fusione è quella dei teatri di guerra: la strage di Parigi è la conferma di come ormai esista un solo campo di battaglia, che dalla Siria arriva fino al cuore dell’Europa. Ma questo è a sua volta l’effetto di un altro processo di sintesi, che riguarda l’immaginario del fondamentalismo. Siamo davanti a una globalizzazione dell’umma, della comunità di quelli che si riconoscono come “veri credenti”, e questa globalizzazione è resa possibile dal fatto che, per la prima volta dopo quasi un secolo, il Califfato o sedicente tale è tornato a disporre di un’estensione territoriale. Ed è il riferimento a un’autorità centrale, quella appunto dell’autoproclamato califfo al-Baghdadi, a garantire la coesione dell’immaginario jihadista su scala universale.Ma perché questa propaganda riscuote tanto successo?Perché l’appello alla mobilitazione lanciato dal cosiddetto Stato islamico fa leva su una componente pressoché irresistibile, quella della discendenza diretta dal Profeta. Il Califfato rivendica questo dato dinastico, che dà concretezza alla concezione, altrimenti astratta, dell’umma.Sul piano della strategia, invece, che cos’è cambiato?Nel 2001 un’organizzazione come al-Qaeda puntava anzitutto a scatenare una guerra che altri, poi, avrebbero combattuto. Era un gioco di sponda, che ricorreva al terrorismo in alternativa all’impegno sul campo. In questo momento Daesh combatte sia sul campo, come accade in Siria e in Iraq, sia attraverso il terrorismo, come abbiamo visto a Parigi. Non ha più senso, ormai, nascondersi dietro il mito dei lupi solitari. Quello che si sta manifestando è semmai un coordinamento di gruppi di fuoco anche piccoli, come quello entrato in azione al Bataclan, ma coordinati tra loro secondo una logica comune. Di per sé, in base a un criterio giuridico rigoroso, quella che la Francia si appresta a combattere non potrebbe essere definita “guerra”, ma nella prospettiva del Califfato non ci sono dubbi: è un conflitto vero e proprio.Qual è il peso del fattore religioso?Anche su questo punto occorre intendersi. Si ripete spesso che quello al quale i terroristi si richiamano non è il vero islam, e l’affermazione è senza dubbio esatta. Nello stesso tempo, però, i jihadisti sono pienamente persuasi di essere buoni musulmani. La pensano così perché non hanno mai letto il Corano e, nella maggior parte dei casi, non capiscono una parola d’arabo, ma questa ignoranza non li rende meno pericolosi. Il loro non è islam, ma islamismo, ossia un’ideologia che trasforma la religione stessa in ideologia. All’origine delle stragi c’è questa distorsione.Si può uscire da questa ambiguità?La mia convinzione è che l’Europa sia chiamata a favorire il processo di inculturazione dell’islam. Dal 2004, per esempio, sono attivi presso l’Institut Catholique corsi di formazione per imam, nei quali i predicatori musulmani imparano a conoscere la storia francese, la legislazione in materia di libertà religiosa e altre nozioni utili a comprendere il contesto in cui si trovano a operare. Il fatto curioso è che, prima di approdare al nostro ateneo, l’iniziativa era stata proposta a diverse altre università, Sorbona compresa, ma non era stata ritenuta interessante. Ma l’islam, oggi, ha bisogno di entrare in una fase, che comporti il confronto con il mondo moderno e, insieme, il superamento dell’interpretazione letterale del Corano. Guerra o non guerra, è questo il contributo specifico che l’Europa può e deve dare.