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Pakistan. Cristiana sfregiata dopo 8 anni di «sequestro»

Stefano Vecchia venerdì 10 settembre 2021

Non si fermano in Pakistan gli episodi di violenza nei confronti delle donne cristiane vittime di sequestri e abusi

Dalla casistica di violenze domestiche che contribuisce a fare del Pakistan il quinto Paese più pericoloso al mondo per una donna, emerge il caso di una cristiana convertita da otto anni all’islam per potere sposare un musulmano, Aslan Dogar, che l’aveva convinta all’unione. Mai pienamente accettata dai parenti dello sposo, per otto lunghi anni Sajada ha subìto discriminazione e violenza. Il 31 agosto la polizia l’ha trovata nell’abitazione del marito con gravi ustioni al viso e al capo provocate da getti di acqua bollente e da ferite alla testa. Le sue condizioni sono molto gravi. Al punto che dall’ospedale distrettuale di Kusur, dove si trova il villaggio di Dhing Shah in cui viveva, è stata trasportata d’urgenza al Jinnah Hospital di Lahore, il capoluogo provinciale. La polizia era stata allertata da alcuni vicini e al suo arrivo ha trovato Sajada semi- cosciente, con difficoltà respiratorie ma soprattutto con il volto sfigurato dall’acqua bollente che il marito e i suoi fratelli Asif e Shahid le avevano gettato addosso alcuni giorni prima. Le ferite alla testa erano infette e la donna rischiava di perdere la vita. Ora le condizioni restano gravi, ma dovrebbero stabilizzarsi. Sajada è stata salvata dalla polizia. Il marito-aguzzino e uno dei fratelli sono stati arrestati. Tuttavia la vicenda di questa donna mostra ancora una volta l’impossibilità di tante altre, spesso adolescenti, che si calcola siano rapite ogni anno tra le minoranze cristiana e indù a scopo di conversione e matrimonio con musulmani. Giovani cui viene impedito di gestire la propria vita, che si ritrovano nell’impossibilità di essere accolte nella nuova famiglia come membri di pari diritto. Non sono soltanto i parenti acquisiti a non rispettarle – confermano attivisti per i diritti umani – perché, nonostante il matrimonio e la conversione, continuano ad essere considerate socialmente inferiori da una buona parte della società pachistana. A dimostrarlo anche la vicenda di Sajada. In base alle testimonianze di chi sta seguendo il caso, era costretta a utilizzare oggetti di cucina separati, veniva ancora considerata una cristiana e non integrata nella famiglia, era costantemente sottoposta a torture e umiliazioni per le sue origini. E quando in diverse occasioni aveva cercato di fuggire, era stata rinchiusa in un’area della casa dove solo i membri della famiglia potevano entrare. «Spero che si possa fare giustizia ma avendo presente diversi casi del passato non nutro tante speranze. – dice Nasir Saeed, presidente dell’organizzazione di tutela dei diritti legali delle minoranze Claas –. Sposare un musulmano in Pakistan spesso porta a tragedie come questa o anche peggio, con molti genitori che non sono più in grado di avere notizie delle loro figlie». «Le donne non musulmane sono spesso indotte al matrimonio e di conseguenza costrette a convertirsi perché senza la conversione nessuno le sposerebbe. Sono molto pochi quelli che davvero sposano donne non musulmane, avviano con esse una famiglia e riconoscono loro gli stessi diritti e rispetto. A volte vengono vendute oppure costrette a prostituirsi», conclude Saeed. © RIPRODUZIONE RISERVATA Non si fermano in Pakistan gli episodi di violenza nei confronti delle donne cristiane vittime di sequestri e abusi/ Ansa