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L'appello. «Non fate morire padre Stan. L'India consenta il ricovero»

Lucia Capuzzi giovedì 20 maggio 2021

Padre Stan a una marcia in favore dei diritti degli Adivasi

«Un uccello in gabbia può ancora cantare». Così scriveva Stan Swamy il 14 gennaio, per sintetizzare i primi cento giorni di reclusione per «terrorismo» nel carcere Taloja di Mumbai. Da allora, il gesuita ne avrebbe trascorsi altri 125 in cella e la sua voce si sarebbe affievolita fino a diventare un sussurro. «È debolissimo per una malattia che presenta sintomi compatibili al Covid. Ormai è così da oltre una settimana ma non ha ricevuto assistenza fino a martedì quando, all’improvviso, l’hanno vaccinato, senza preoccuparsi se avesse già contratto il virus. Poi l’hanno portato all’ospedale Jamsetjee Jejeebhoy per alcuni esami ma, dopo qualche ora, l’hanno rimesso in prigione. Siamo molto preoccupati per la sua vita. Chiediamo alle autorità indiane di permetterci di prenderci cura di lui, in uno degli ospedali privati della Chiesa a Mumbai, la Holy Family o la Holy Spirit, attrezzate per assisterlo», afferma padre Xavier Jeyaraj, segretario per la Giustizia sociale e l’ecologia della Compagnia di Gesù, senza nascondere la propria preoccupazione, condivisa da tanti, dentro e fuori l’India.

La mobilitazione ha consentito almeno l’apertura di uno spiraglio per il religioso 84enne, malato di Parkinson. Ieri, l’Alta Corte ha ordinato esami medici sul religioso che saranno effettuati oggi. La relazione degli specialisti sarà consegnata ai giudici che domani decideranno sulla richiesta di cauzione per ragioni di salute. Prima di pronunciarsi, inoltre, i togati ascolteranno padre Stan, collegato in video-conferenza. Sempre che riesca a parlare.

«Determinato com’è ce la farà», aggiunge padre Xavier che conosce il confratello da oltre trent’anni. «Ci siamo visti l’ultima volta lo scorso luglio quando sono stato a trovarlo a Rachi, nel Jharkhand indiano. Già era nel mirino delle autorità per la sua difesa dei diritti umani. Eppure non pensava a se stesso ma agli Adivasi, vittima dell’esproprio sistematico delle terre».

Quasi un terzo del Jharkhand è occupato dalla foresta, dove vivono i tribali. Il sottosuolo, però, racchiude il 40 per cento dei minerali indiani, dall’uranio al carbone, dal ferro alla bauxite. Una risorsa preziosa che le grandi compagnie, con il beneplacito delle autorità, sono ansiose di sfruttare. Oltre un milione di ettari sono stati sottratti ai tribali negli ultimi anni: 1,9 milioni di donne, uomini, bambini sono stati trasformati in sfollati. Quanti hanno cercato di resistere sono stati incarcerati. A peggiorare la condizione degli Adivasi, la pressione dei Naxaliti, guerriglia filo-maoista che sfrutta l’emarginazione dei nativi per arruolarli e impiegarli come carne da cannone.

Per rendere gli Adivasi consapevoli dei loro diritti e garantire formazione ai giovani, padre Stan ha creato, 15 anni fa, il centro Bagaicha dove risiedeva prima dell’arresto, l’8 ottobre. Per il sacerdote si era trattato del coronamento di un sogno. «Fin da ragazzo volevo lavorare con gli Adivasi per aiutare gli ultimi fra ultimi. A contatto con loro, però, ho scoperto quanto loro possono aiutare noi a recuperare un rapporto più armonico con il Creato e le sue creature», ripeteva Stan, in ampio anticipo sulla Laudato si’. «Padre Swamy è un testimone dell’ecologia integrale», sottolinea padre Xavier. Una scelta ad alto rischio nel Sud del mondo. Il religioso ne era consapevole. «Se tocchi certe questioni, sai che dovrai affrontare dei guai», aveva detto in un’intervista tre anni fa. Ma – aveva aggiunto in un successivo articolo – «è il prezzo del discepolato».