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UN ANNO DAL DELITTO. Padovese «vive»

Marta Ottaviani venerdì 3 giugno 2011
È trascorso un anno dall’assassinio di monsignor Luigi Padovese, il vicario apostolico dell’Anatolia, ucciso barbaramente a Iskenderun, nel sud-est turco, a un passo dalla Siria. Una terra da sempre considerata un modello cui guardare per la convivenza pacifica fra persone di religione diversa. A distanza di 12 mesi, insieme con il ricordo della sua figura, più vivo che mai, rimangono anche gli interrogativi sul suo brutale omicidio, mentre la data d’inizio del processo non è ancora stata fissata.Monsignor Padovese è stato assassinato da una delle persone di cui si fidava maggiormente, il suo autista Murat Altun, 26 anni all’epoca del delitto e da 5 al servizio del Vicariato. Un ragazzo gentile ed educato, a detta di tutto lo staff, che Padovese trattava come un figlio e che aveva più volte aiutato nei momenti difficoltà. L’uomo di fede è stato ucciso a sangue freddo, sgozzato mentre il riposava nella residenza estiva del Vicariato, in un tranquillo pomeriggio di inizio giugno. Il delitto ha sconvolto tutti. Il Vicario Apostolico, persona di cultura eccezionale, era infatti benvoluto non solo dalla comunità cattolica, ma anche da quella musulmana, con la quale dal 2004, anno del suo arrivo in Turchia, aveva intavolato un dialogo proficuo da cui aveva tratto beneficio tutta la regione. Lo stesso governo turco, di orientamento islamico-moderato, ha sempre espresso parole di grande ammirazione per Padovese, considerato un uomo di pace. A distanza di 12 mesi gli inquirenti devono ancora stabilire perché Altun abbia ucciso e se si sia trattata di un’iniziativa personale o se il delitto abbia un mandante occulto. Il giovane ha cercato di farsi passare per pazzo. Un copione già visto in Turchia, dove le minoranze religiose sono state spesso oggetto di attacco di persone squilibrate o che hanno cercato di spacciarsi come tali. Subito dopo l’omicidio, l’assassino ha raccontato agli investigatori di aver ucciso su ispirazione di Allah, perché Padovese era l’incarnazione del male. Alla sua deposizione hanno fatto seguito infamie da parte di alcuni quotidiani turchi, secondo cui i rapporti fra il prelato e il giovane erano di natura intima. Ma l’ipotesi del pazzo non regge. Altun era considerato da tutti un ragazzo modello e una persona affidabile. Solo nelle settimane precedenti il delitto, aveva cominciato a manifestare sintomi di disagio, spesso accompagnati da manie di persecuzione. Un referto medico stilato prima dell’assassinio parla di forte depressione. Le domande sulla morte di Padovese rimangono per il momento senza risposta. La giustizia turca, che nei casi di don Andrea Santoro, ucciso a Trebisonda nel 2006, e dei tre presbiteriani di Malatya, sgozzati nel 2007, ha operato con celerità almeno nella condanna degli esecutori materiali, non ha ancora fissato la data del processo. Murat Altun si trova in carcere, in attesa di giudizio, ma il processo a suo carico potrebbe non partire del tutto. Gli avvocati della difesa infatti hanno depositato un referto nel quale si indica che il giovane è incapace di intendere e di volere. La perizia adesso si trova a Istanbul, dove altri medici stanno eseguendo ulteriori accertamenti. Per queste cose oggi a Iskenderun non c’è posto. La parola d’ordine è speranza. Domenica la figura di Monsignor Luigi Padovese verrà commemorata con una messa alla quale parteciperà monsignor Ruggiero Franceschini, arcivescovo di Smirne e vicario apostolico dell’Anatolia, dove sono stati invitati i principali rappresentanti delle comunità religiose e le autorità turche, che subito dopo l’assassinio hanno manifestato grande solidarietà nei confronti della minoranza cattolica. «Stiamo bene, molto bene. Andiamo avanti con grande serenità», ha detto ad Avvenire Padre Domenico Bertogli, parroco della Chiesa di Antiochia. Nonostante il dolore dei mesi passati la comunità cristiana continua a vivere la sua quotidianità testimoniando il messaggio di pace e di tolleranza per cui il vescovo ha sacrificato la vita. Un desiderio di convivenza pacifica, cresciuto nei sei anni di Padovese in Turchia e che nemmeno la violenza è stato capace di soffocare.