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LA SVOLTA. Orrori nel Sinai, si muovono gli Usa

Paolo Lambruschi domenica 10 luglio 2011
Finalmente qualcosa si sta muovendo a livello ufficiale per contrastare i sequestri e il traffico di esseri umani in atto da oltre un anno nel deserto del Sinai. Dove gruppi di predoni beduini continuano indisturbati a rapire i profughi africani che vogliono varcare il confine egiziano con Israele, chiedendo ai familiari in tutto il mondo riscatti che variano dai 10 ai 18mila dollari e sottoponendo i prigionieri a torture, violenze e stupri. In un rapporto sul traffico di esseri umani pubblicato il 27 giugno scorso, il governo israeliano è stato duramente criticato dal Dipartimento di Stato americano per le inadempienze nel contrasto del traffico, per i respingimenti ai confini e per le azioni che danneggiano – anziché proteggere – le vittime. Dopo che una mozione dello scorso dicembre del Parlamento europeo chiedeva lumi al governo del Cairo, che ha sempre negato persino la presenza dei prigionieri sul suo territorio, è la prima volta che viene ammesso sia da Israele che dal governo americano il traffico nel deserto. Il quale continua, nonostante si sia interrotto il flusso di migranti dalla Libia a causa del conflitto, che ha consentito ai barconi di subsahariani di tentare la fuga via mare verso l’Italia. Ora l’area del Sinai, dopo la caduta del governo Mubarak, è sempre più controllata dalle tribù beduine, che gestiscono tutti i traffici con i Territori con il placet di Hamas. Si stima che vi siano al momento tra 800 e mille sequestrati. E nella prima metà di giugno 623 migranti africani sono entrati illegalmente, secondo le autorità israeliane: il tasso più alto registrato nel 2011. Solo in questa prima metà dell’anno, tremila persone hanno varcato la frontiera dopo essere stati rapiti o “trafficati”. In Israele vivono 35mila africani e più dell’80 percento sono sudanesi o eritrei. Secondo il Ministro dell’interno di Tel Aviv almeno 14.000 sono passati nel 2010 dal Sinai, contro i 5mila del 2009. Praticamente il triplo. Ora, per la prima volta il rapporto del dipartimento di Stato Usa conferma i racconti dei testimoni pazientemente raccolti dalle ong e rilanciati da alcuni media e squarcia il velo su uno dei traffici più orrendi del pianeta: «Gruppi organizzati di beduini – dice il rapporto – hanno sequestrato molti di questi ostaggi; un numero sconosciuto è stato costretto alla schiavitù sessuale, al lavoro forzato per costruire case o come domestico». Secondo Washington il governo Netanyahu è sugli scudi per aver continuato a compiere passi “inadeguati” per identificare e proteggere le vittime e perseguire i trafficanti, soprattutto condannando i complici. Il rapporto raccomanda perciò di concedere a queste persone piena protezione e cure mediche e di cessare immediatamente la pratica dei respingimenti in Egitto (i cosiddetti hot returns ) senza aver prima determinato se i migranti siano stati o meno vittime di tratta nel Sinai. Inoltre chiede di concedere a tutte le vittime di rapimenti e violenze i visti che consentono di lavorare senza limitazioni. Plaudono al rapporto le ong israeliane che per prime hanno denunciato il traffico, i rapimenti e le penose condizioni di vita dei sopravvissuti, soprattutto le donne, ai quali non vengono concesse neppure cure e assistenza gratuita e sono ridotti a vivere come homeless a Tel Aviv. E in una nota chiedono di concedere loro l’accesso al sistema di welfare dello stato ebraico, per il quale non servirebbe neppure una legge della Knesset, il Parlamento, ma solo buona volontà.