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Siria-Iraq, analisi. Ora si combatte una «guerra di terra» non dichiarata

Fabio Carminati giovedì 30 ottobre 2014
La Turchia «non invierà mai» truppe di terra in Siria, ha ribadito in ogni modo il presidente Erdogan. «No boots on the ground», continua a ripetere in ogni occasione il capo della Casa Bianca Barack Obama, escludendo l’impegno diretto dei suoi soldati sul terreno. Di fatto però la guerra di terra con lo Stato islamico si sta combattendo: non dichiarata e per interposta persona. Ankara ha alla fine autorizzato il passaggio delle milizie dei peshmerga curdi dirette nell’enclave di Kobane e lo stesso ha fatto con gli uomini dell’Esercito libero siriano. Gli americani, come buona parte dei Paesi europei stanno armando i curdi, mentre i “contractor” del Pentagono sono in campo da tempo, come del resto i “consiglieri militari” che ricordano tanto i tempi della Guerra fredda e del Vietnam quando il termine venne abusato per non dire che si offriva appoggio militare a una variegata moltitudine di regimi fantoccio. Il punto focale, non va nascosto, resta naturalmente il leader siriano Bashar el-Assad. Erdogan, dopo una lunga amicizia, gli ha dichiarato guerra da tempo. Un anno fa Obama era pronto ad attaccare per scalzarlo, ora deve però conviverci trasformandolo in una sorta di elemento fondamentale e irrinunciabile nei labili equilibri della guerra all’Is.  Così da un lato ci sono le decine di migliaia di jihadisti: ben armati, con ottima preparazione militare e logistica e finanziamenti che continuano ad affluire anche dalle monarchie del Golfo (nonostante i proclami ufficiali) alle loro spalle. Ci sono i soldi del petrolio di contrabbando, dei riscatti e dei loschi traffici che l’apparato finanziario dello Stato islamico ha messo in piedi in questi mesi di conquista del territorio siriano e iracheno. Dall’altro, invece, i combattenti che si oppongono all’avanzata: i curdi in primis, ma anche i consiglieri militari, i contractor che un tempo si chiamavano i «mastini da guerra» e apparati di intelligence occidentali che forniscono informazioni a getto continuo grazie ai satelliti e ai voli del droni da ricognizione. Nell’ottica del “non sporcarsi le mani”, continuano anche le azioni, sempre più inefficaci, dei cacciabombardieri (in prevalenza statunitensi) che con il passare del tempo hanno però sempre meno “obiettivi strategici” da colpire. Il tutto senza un mandato delle Nazioni Unite, ma di una Coalizione che dopo aver raggiunto i 40 “iscritti” continua a denotare forti dissapori al suo interno. Una situazione che, per sua natura, continua ad avvitarsi su se stessa. E come uscire da questo vicolo cieco resta difficile. Come dall’equivoco che non si stia combattendo una guerra di terra, non tradizionale, ma di fatto.