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Il racconto. Fermi ad Agadez, l'odissea dei ragazzini

Matteo Fraschini Koffi lunedì 11 maggio 2015
​Gli occhi di Aboubakar sono neri e lucidi. A soli 13 anni, il suo corpo esile ha dovuto sopportare un viaggio che dal Gambia l’ha diretto fino al Niger, passando per Mali e Burkina Faso. Con circa 800 euro arrotolati nel calzino, ha lasciato la famiglia per raggiungere l’Europa. Ma il tragitto si è interrotto ad Agadez, la porta del deserto nigerino. Dopo essere stato arrestato, ha passato qualche giorno in città fino a quando, ormai privo di soldi, le autorità lo hanno rilasciato dicendogli di tornare nella capitale, Niamey. Un viaggio durato quasi un mese, fatto insieme a suo fratello più grande Salif, 17 anni, magro quanto lui. «Dobbiamo tornare a casa, non abbiamo altra scelta», ammette Salif, che parla meglio l’inglese di Aboubakar, seppur con un filo di voce roca. «Abbiamo speso tutto quello che avevamo e ora vogliamo soltanto rivedere la nostra famiglia. Se siamo fortunati – continua il giovane – riusciremo già domani a prendere il bus». I due fratelli stanno infatti aspettando l’approvazione per la partenza in un centro d’accoglienza di Niamey, gestito dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), e finanziato in parte dal governo italiano.Sono entrambi sfiniti. Reduci dalla fiumana di migranti che ogni giorno sale sui bus dell’Africa occidentale per raggiungere le coste europee. Paradossalmente, sia Aboubakar che Salif si considerano fortunati. Hanno visto abusi di ogni genere, ma ne hanno subiti pochi.Il loro status di minorenni li ha protetti nella maggior parte dei casi. Hanno dovuto corrompere le guardie alle varie frontiere, ma nessuno gli ha colpiti con bastoni o minacciati con un fucile. «Abbiamo preso solo qualche schiaffo – afferma Salif, senza voler specificare da chi – ma è normale, poiché ci hanno arrestati in tanti ed era difficile mantenere l’ordine nella stanza dove ci hanno messo».Ma perché volevate rischiare la vostra vita per arrivare in Italia? «Abbiamo bisogno di soldi per noi e per la nostra famiglia», ammettono. «Io ho degli amici su Facebook che sono arrivati in Italia e mi hanno detto di venire – dice Salif – però non mi hanno parlato di quanto sarebbe stato difficile». Pian piano il gruppo di circa 25 migranti forma un cerchio attorno ai due fratelli. «Ma noi partiamo anche perché vediamo alla televisione quanto l’Europa è bella e ricca», afferma Didier, 20 anni, originario della Costa d’Avorio. Sopra di lui si torva una grande mappa dell’Africa Occidentale. Chi sa dove è Agadez? La ricerca comincia. Nonostante un momento di esitazione da parte di molti, bastano alcuni secondi affinché due migranti la indichino. Per raggiungere la Libia dovrete passare da Dirkou, dove si trova secondo voi? Tutti in silenzio. Mentre qualcuno sposta il dito verso il Ciad, la Nigeria o il sud del Niger, altri guardano verso il Mali e addirittura il Senegal. Nessuno riesce a rispondere. Dirkou, nel profondo Sahara, a oltre 500 chilometri dal confine libico, non è mai stata menzionata né dalla televisione né dagli amici dei migranti. La maggior parte di loro, infatti, non ha alcuna idea di quello che li aspetta. Non sanno che nel deserto possono essere abbandonati, derubati, o uccisi. Non conoscono il rischio di attraversare il Mediterraneo in barconi sovraffollati e in pessime condizioni. Per questo ancora si trovano camion insabbiati senza traccia delle centinaia di passeggeri che ogni giorno sfidano la vastità del Sahara.«Pochi giorni fa, la jeep 4x4 di un ufficiale governativo è stata attaccata da decine di migranti dispersi che volevano salire sul veicolo – ha confermato una fonte nigerina che preferisce mantenere l’anonimato –. L’ufficiale è riuscito a fuggire solo dopo aver provato diverse manovre per far cadere chi era riuscito ad entrare nel cassone». Secondo alcune fonti, l’amministrazione di Agadez ha spedito un bus salvando 120 migranti, sebbene nella stessa area i dispersi fossero almeno 400. Ma resta impossibile verificare tali cifre. «Io non vedo l’ora di tornare a casa in Senegal e di rinchiudermi lì senza mai più uscire – protesta Malick, coltivatore di 34 anni –. Non andrò più da nessuna parte, voglio solo godermi casa mia e lavorare nel mio Paese». Malick pensa che solo Dio abbia potuto salvarlo da una morte certa. «I trafficanti continuavano a torturarci, a darci bastonate, a pretendere sempre più soldi – racconta gridando davanti a tutti –. A Tripoli mi hanno imprigionato, torturato e non ho potuto lavorare fino a quando sono stato espulso. Adesso voglio rivedere mia moglie, mio figlio e non lasciarli mai più!». Decine di migranti arrivano ogni mese nel centro d’accoglienza dopo essere stati espulsi dall’Algeria o dalla Libia, o perché non avevano più soldi per continuare. Dopo una certa selezione, dovuta anche alla mancanza di fondi per affrontare una tale ondata migratoria, vengono ricevuti dall’Oim con un kit: sapone, profumo, dentifricio, spazzolino, e detersivo. Mentre aspettano sui materassi davanti alla televisione, l’organizzazione avvia la procedura per il rimpatrio o il ricongiungimento familiare, coordinandosi con le varie istituzioni locali e le ambasciate dei Paesi a cui i migranti appartengono. A volte ci vogliono diversi giorni prima di poter finalmente pagare il biglietto del bus a chi vorrebbe tornare a casa. Ma non si ha sempre successo. «Per chi vuole tornare in Camerun o Nigeria, per esempio, le cose si complicano», afferma Daouda Mamoudou, addetto alle operazioni sul terreno presso l’Oim. «Passare per il nord della Nigeria è troppo pericoloso a causa del terrorismo islamico e non possiamo prenderci la responsabilità di mandarli via terra. Ma con la mancanza di fondi – spiega Mamoudou –, comprare un biglietto aereo non ci è possibile». È il caso di Amadou, camerunese di 30 anni, incontrato fuori dalla sede dell’Oim. «Sono bloccato a Niamey con altri camerunesi senza un lavoro e senza la possibilità di tornare a casa – spiega –. Soltanto Dio potrà aiutarmi».