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Il caso. Nigeria, l'urlo dei genitori: «Liberate le ragazze»

Matteo Fraschini Koffi domenica 19 luglio 2015
Il fiato sospeso, gli occhi serrati, e le mani aggrappate al microfono come se fosse un’ancora di salvezza. Oby Ezekwesili è leader del movimento Bbog, Bring back our girls (portate indietro le nostre ragazze). E sapeva che le parole da lei pronunciate davanti al nuovo presidente nigeriano mercoledì scorso rappresentavano le speranze di centinaia di madri e padri, fratelli e sorelle, delle studentesse sequestrate a Chibok. Un tempo il nome di una cittadina nel nord-est della Nigeria era sconosciuto al mondo. Dalla notte del 14 aprile 2014, è diventato invece sinonimo di dolore e frustrazione. Da quando i miliziani di Boko Haram hanno rapito oltre 300 ragazzine di una scuola locale: 200 di loro rimangono tuttora nelle mani dei terroristi islamici.  «Il ritorno a casa delle studentesse – ha affermato Ezekwesili – rappresenterà la più importante prova che il nostro governo è in grado di rispettare la santità e la dignità di ogni vita nigeriana ». In questo primo incontro con Muhammadu Buhari, arrivato al potere ad aprile con la promessa di sedare la ribellione jihdista in Nigeria, il movimento Bbog ha dimostrato ancora una volta di non volersi arrendere. Malgrado le continue violenze, una serie di accordi falliti ancora prima di essere avviati e le voci, poco dopo sempre smentite, di «un’imminente liberazione».  I qaedisti nigeriani avrebbero offerto qualche giorno fa al governo un’altra possibilità per ottenere la liberazione delle liceali. Secondo un attivista locale dei diritti umani, Fred Eno, i militanti islamici vorrebbero il rilascio di alcuni dei loro comandanti incarcerati dal governo dell’ex presidente, Goodluck Jonathan. E anche se l’attuale amministrazione, attraverso il consigliere alla presidenza Femi Adesina, ha risposto che «Buhari non sarebbe contrario a negoziare con Boko Haram», lo scetticismo dei parenti delle vittime aumenta giorno dopo giorno. Anche lo scorso ottobre sembrava di essere vicini alla fine di questa tragedia. Il Ciad, allora impegnato dei negoziati, aveva concordato qualcosa di simile: ribelli imprigionati in cambio delle studentesse. Ma dopo qualche giorno di fermento, tutto era crollato. I cosiddetti «taleban nigeriani» continuano infatti a colpire duramente. E da marzo di quest’anno hanno persino giurato fedeltà al Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi.  Dopo aver subito alcune perdite, soprattutto per l’intervento degli eserciti della Forza militare regionale di Ciad, Niger e Camerun, Boko Haram sta ora riuscendo a riconquistare parte del territorio dal quale si era dovuto ritirare. Come nel caso dello Stato islamico in Siria e Iraq, il gruppo nigeriano ha dimostrato di essere in grado ancora di compiere attentati suicidi (affidati sempre più a bambine, spesso ignare di essere kamikaze), tagliare teste ai prigionieri e produrre filmati propagandistici per reclutare altri compagni nel jihad. Ma per molti rimane inconcepibile come un tale livello di violenza possa coinvolgere anche delle semplici liceali.  Secondo un recente rapporto di Amnesty International, i qaedisti nigeriani hanno rapito oltre duemila ragazzine dall’inizio del 2014. «Molte di esse sono state abusate sessualmente, forzate a sposare i miliziani, vendute nei mercati come schiave o costrette a combattere», illustra lo studio. Alcune di queste giovani, dopo aver subito un pesante lavaggio del cervello nei campi d’addestramento jihadisti, negli ultimi mesi sono state usate come bombe umane. Come l’altro ieri a Damaturu nello Yobe. «La strategia di usare bambine innocenti come bombe umane è aberrante e inimmaginabile », aveva dichiarato recentemente monsignor Ignatius Ayau Kaigama, arcivescovo di Jos. «La vostra tenacia e persistenza è nota fuori e dentro la Nigeria – ha invece argomentato il presidente Buhari con i rappresentati del movimento per riportare a casa le liceali –. E immagino abbiate notato quanto questo governo sta affrontando seriamente la questione ». I risultati non sembrano indicarlo. Nel suo primo discorso da presidente, il 29 maggio, il nuovo leader del gigante africano aveva promesso di «schiacciare Boko Haram».