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AFRICA. Nigeria, dove la fede vive oltre la paura

Claudio Monici giovedì 24 maggio 2012
​La potente esplosione e lo spostamento d’aria non sono riusciti ad abbatterla, com’è stato invece per le case attorno. Soltanto vetri in frantumi e banchi divelti, nella chiesa cattolica di Santa Teresa. Anche la statua del Cristo è rimasta in piedi. Lo sguardo del Redentore è rivolto più in là, le braccia spalancate nel gesto dell’accoglienza. Braccia rivolte alla distesa umana del ghetto di Madalla, diocesi di Minna. Una vita di miseria e stracci, polvere e lamiere rugginose, a un’ora d’auto dalla capitale federale Abuja. Lei, la metropoli, non finisce di specchiarsi nei guadagni del petrolio, che la fanno crescere a dismisura. Lei, che si guarda bene dall’interessarsi ai problemi dei formicai umani malati e disordinati come Madalla, dove le baracche si mangiano la collina e la povertà segna il destino delle persone.Il ricordo dell’attacco del giorno di Natale è vivido. Una vampata di fuoco e schegge assassine su un momento di festa, come solo le celebrazioni religiose africane sanno regalare, con i loro arcobaleni di musica e danze e sorrisi. La morte ha fatto irruzione proprio quando la preghiera stava per cominciare e la folla gremiva la chiesa. In molti, allora, finirono inginocchiati proprio sotto l’abbraccio del Cristo di gesso bianco. «Quel giorno, di servizio c’erano dei nostri colleghi. Si sono insospettiti quando hanno visto la macchina manovrare per entrare nel cortile della chiesa. Hanno provato a fermare il conducente senza però riuscirci in tempo, e forse non si sono neppure accorti di morire. L’auto è saltata per aria. Oddio, un massacro di corpi dilaniati, brandelli sparsi ovunque, una cosa mai vista». Il poliziotto racconta, con la mano destra sugli occhi come a voler cancellare l’orribile ricordo.Dietro la chiesa sono state sepolte 17 vittime dell’attentato di Natale. Anche i corpi del marito e dei quattro figli della donna che il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, ha voluto incontrare a Madalla quando, a fine marzo, venne a constatare di persona la situazione di questa Nigeria in preda ad azioni di terrorismo di matrice islamica, che colpiscono anche i luoghi di culto. All’ombra di un albero di papaya, piantato proprio là dove la bomba uccise, a guardia di Santa Teresa ci sono gli uomini della "Nigerian police force" (Npf). Il caporale Peter è cristiano, mentre il pari grado Omika è musulmano. Si sorprendono, e manca poco che chiedono il motivo della domanda, quando ci interessiamo della loro appartenenza religiosa. «Abbiamo firmato per indossare una divisa della polizia della Nigeria, per servire la nazione – spiega Peter – la fede è un fatto privato. Quando la domenica si svolgono le funzioni religiose per i cristiani, non dubitate che ci saranno anche dei poliziotti musulmani a difesa della chiesa. E così il venerdì, giorno di preghiera per i musulmani: sicuramente ci saranno pure dei poliziotti cristiani a vigilare sulle moschee. Niente di strano, sono i nostri turni di servizio». Padre Benedict, giovane prete cattolico, si china per terra e da una cesta di vimini, accanto all’altare, prende una busta, la apre e legge: «"Chi semina con le lacrime, raccoglierà con gioia". A volte mi chiedo: che cosa pensa questa gente della propria esistenza nelle baracche, loro che non possiedono nulla? Ma poi conosco già la risposta. Vale anche per me. Siamo nati qui. Sappiamo che questa è la nostra sofferenza e non può capitarci di peggio. Il dolore fisico, forse... Ma tutto il resto è nulla». Il prete parla sotto gli sguardi curiosi di Peter e Omika, volti duri da poliziotti che incutono timore, con i fucili in spalla, ma nulla potrebbero fare dinanzi a un attentatore suicida che avanzasse deciso, con la bomba addosso a sé o nel bagagliaio di un’auto. «È sempre e solo un problema economico: permettere a tutti gli esseri umani di realizzare le proprie aspirazioni, sogni e desideri. Se c’è un peccato che mi fa veramente arrabbiare – puntualizza padre Benedict – è vedere i miei giovani, intelligenti e capaci, forti, senza una sola possibilità di riscatto, senza opportunità di cambiamento. Ci sono tantissimi talenti che si perdono: vedo persone che sanno fare di tutto, ma non possono fare nulla. Nulla è sicuro tranne questo: ci sarà sempre qualcuno che per 10 dollari ti comprerà, e tu farai tutto quello che quel padrone ti chiederà. Anche uccidere, anche mettere una bomba». «Noi non smetteremo di seminare – prosegue padre Benedict – però una cosa è certa: se ci fosse la volontà politica, le cose si potrebbero cambiare, e in meglio. Così è anche con il terrorismo. Ed è come i topi in casa: ne tolleri uno, e dopo pochi giorni sono cento. Per confezionare la bomba che a Natale è esplosa qui a Santa Teresa, uccidendo tanta povera gente, sono serviti 6 milioni di naira (circa 28mila euro) di esplosivo. Qualcuno ce li avrà pur messi, quei soldi. Non certo i poveri. Attenzione, perché se non si ferma il topo e lo si lascia moltiplicare, poi diventa peste».