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Un mese dopo. Lotta contro il tempo per il Nepal allo stremo

Marco Iazzolino venerdì 29 maggio 2015
Bambini di famiglie povere o separate dal sisma a rischio di tratta e di sfruttamento nel post-terremoto. Una possibilità confermata dall’individuazione la scorsa settimana, di 64 minori accompagnati da estranei in due dei distretti più colpiti, Dolakha e Dading. Fermati alcuni adulti di nazionalità nepalese e indiana, i giovani sono ora in strutture protette. Si teme che i trafficanti che muovono già ogni anno migliaia di minori verso l’India per destinarli a manovalanza e prostituzione, possano approfittare della situazione d’emergenza. Anche a seguito di questa circostanza, il governo di Kathmandu ha aumentato i controlli di polizia e deciso che nessun minore inferiore a 16 anni d’età potrà lasciare il distretto d’origine se non accompagnato da un genitore o da un adulto approvato dai servizi sociali locali. Inoltre è stato decretato il blocco delle adozioni internazionali per i prossimi tre mesi. (S.V.)Più di ottomila vittime, oltre centomila feriti, 500mila case distrutte, altre 250mila danneggiate, 400 presidi sanitari rasi al suolo, 683 seriamente compromessi. I numeri raccontano solo in parte una tragedia che ha coinvolto otto milioni di persone in Nepal: un terremoto devastante, quello del 25 aprile, seguito da quello del 12 maggio. Un incubo che sembra non finire mai. Lo sciame sismico continua. E la stagione dei monsoni si sta avvicinando velocemente. Nelle ultime tre notti le tende sono state spazzate via da piogge torrenziali e da un vento fortissimo. La gente vive per strada o in alloggi di fortuna anche se ha la casa ancora in piedi. Anche ieri siamo stati svegliati da una scossa a cui è seguito quello che ormai è un rito. Uscire tutti velocemente, guardarci negli occhi per tranquillizzarci, per poi tornare assonnati nelle tende. Il governo cerca di muoversi in uno scenario molto complesso dal punto di vista geografico. Per raggiungere i villaggi in alcuni distretti si devono fare a volte tre giorni di cammino. L’elicottero non sempre può atterrare e la gente rischia di morire di fame se non sarà raggiunta dagli aiuti prima della stagione dei monsoni. Il mondo delle organizzazioni non governative si sta muovendo con numeri importanti. Si contano oltre 300 organizzazioni e le strade sono piene di jeep con le sigle di network internazionali e locali. Caritas Nepal, in particolare, è diventata il centro di azione del network, ma anche del generoso mondo cattolico che è presente supportando l’azione della Chiesa locale a beneficio dei più poveri. I Camilliani per esempio hanno compiuto oltre 1.300 interventi sanitari nei villaggi più remoti del distretto di Gorkha, coinvolgendo personale sanitario di altre quattro congregazioni religiose. Con lo zaino in spalla si fanno ore di cammino attraversando fiumi e superando frane che continuano a provocarsi ad ogni quotidiana nuova scossa. Il mondo della solidarietà cattolica coordinato da Caritas Nepal si sta concentrando nei 13 distretti più colpiti dal terremoto e ha già offerto materiali utili per la prima emergenza come tende, coperte, kit igienici. Il direttore di Caritas Nepal, Padre Pius Perumana, ha affermato che l’aiuto «non si fermerà agli interventi di emergenze ma continuerà nel tempo cercando di sostenere la resilienza delle persone vittime del disastro». I volti dei nepalesi sono segnati da oltre 30 giorni di vita precaria fatta di scosse, tende, ricerca di cibo e medicine. Seppelliti i morti, le case lesionate, nei villaggi come a Kathmandu, sono l’immagine di un popolo colpito da un terremoto terribile ma che ha voglia di ricominciare. Nel centro storico di Kathmandu i lavori per ripulire l’area delle torri e degli antichi templi sono iniziati. Ma anche nei villaggi dispersi delle montagne si sta lavorando per ricostruire con metodi tradizionali usando il bambù e la terra. Alcuni improvvisano coperture di alluminio, altri usano la plastica, tutti stiamo correndo contro il tempo per cercare di anticipare la stagione dei monsoni. I bambini torneranno a scuola la prossima settimana cercando di aprire una stagione di speranza e di normalità anche se la maggioranza delle scuole è distrutta o lesionata. Tutti ci chiediamo cosa succederà quando le strade saranno inaccessibili per i prossimi tre mesi e soprattutto come le persone riusciranno a sopravvivere in uno scenario segnato da continui disastri. Le comunità sembrano resistere bene all’impatto. La mutua solidarietà è parte di una società permeata da una religiosità attenta alla sofferenza ed all’aiuto reciproco. Barati, Khadka, Nawang, Duma, Kanti sono alcuni nomi della lista delle persone che ho in mano, e che chiedono un sostegno concreto. E anche un supporto psicosociale, per poter ricostruire le loro vite.