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Myanmar. Anche i sacerdoti nel mirino. Nelle proteste anti golpe 802 vittime

Gerolamo Fazzini martedì 18 maggio 2021

A Mandalay manifestanti in motocicletta protestano contro il golpe

Il bilancio dei morti accertati in Myanmar dall'inizio delle proteste anti golpe ha raggiunto ieri quota 802: lo riporta l'Associazione per l'assistenza ai prigionieri politici (Aapp). Nella giornata di lunedì sono state registrate altre sei vittime: si tratta di persone che erano state uccise nei giorni scorsi, ma che non erano state ancora conteggiate.

Un prete della diocesi di Bhamo, nello Stato Kachin (estremo nord del Myanmar) è stato arrestato venerdì 14 maggio dai militari e rilasciato ieri, incolume. A confermarci la notizia, diffusa da Radio Veritas Myanmar, sono fonti della Chiesa locale. Il sacerdote si chiama Columban Lar Di, ha 33 anni ed è stato ordinato 5 anni fa.

La liberazione del giovane sacerdote è avvenuta a poche ore di distanza – provvidenziale coincidenza – con la celebrazione eucaristica di Papa Francesco per i fedeli del Myanmar. È la prima volta che i militari arrestano un prete cattolico e questo, sebbene la vicenda abbia conosciuto un esito felice, dà l’idea di quanto incandescente stia diventando la situazione in Myanmar, specie nelle aree più remote, dove più forte è la presenza di minoranze etniche. Come ha scritto l’agenzia Fides, «numerosi sacerdoti, religiosi e suore in tutto il Paese continuano ad aiutare la popolazione civile, inerme e indifesa, indigente o senza lavoro, procurando per loro aiuti umanitari e scorte di cibo. Questo servizio oggi viene pesantemente minacciato».

Secondo le informazioni raccolte, il prete stava viaggiando tra Bhamo e Myitkyina, la capitale dello Stato Kachin, la città teatro dell’immagine – divenuta virale – di suor Ann Rose Nu Twang che si inginocchia, disarmata, davanti ai poliziotti schierati. Il motivo dell’arresto non è noto: a quanto pare al prete sarebbe stato controllato il cellulare, per verificare notizie e foto in suo possesso. Con ogni probabilità, il sacerdote è stato trattenuto in quanto sospettato di essere “simpatizzante” dei militanti nel Kia (Kachin Indipendence Army), ossia l’esercito kachin. Il prete svolge attività pastorale nella cittadina di Laiza e dintorni, una zona a forte presenza di militanti Kia, perciò particolarmente “calda”: «Laiza è uno dei pochi posti in Myanmar – scriveva qualche tempo fa il Guardian in un reportage – dove i kachin possono praticare la loro cultura liberamente e nella loro lingua».

Chi conosce don Columban Lar Di lo descrive, però, come una persona pacifica, sensibile alle istanze della protesta popolare in corso in Myanmar, ma esclusivamente concentrato sul suo ruolo pastorale. La testimonianza resa domenica ai militari li avrebbe convinti della sua innocenza. Pertanto il prete è stato accompagnato ieri pomeriggio dal suo vescovo, a Bhamo; i militari si sarebbero persino scusati col presule per l’accaduto.

L’incidente occorso al sacerdote, comunque, conferma una volta di più che lo Stato Kachin è, da decenni, un’area delicata. Vi si combatte, infatti, una guerra civile che risale all’indipendenza del Paese, nel lontano 1948. Anche di recente lo Stato Kachin è stato uno scenario di violenze. Dalla fine del cessate il fuoco in vigore nel 2011, sono state oltre 50 le chiese cristiane distrutte e circa 100mila gli sfollati, molti dei quali non mai più tornati a casa. Nel 2018 si è assistito a una nuova fiammata del conflitto. I Kachin sono una delle principali componenti etniche del Paese, che in totale ne conta ben 136. Abitato da circa due milioni di persone, in maggioranza di religione cristiana, vede la presenza di circa 120 mila cattolici. Molti dei religiosi e delle suore che operano nella Chiesa cattolica del Myanmar vengono proprio da lì.