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Il ritratto. Hillary, moglie cocciuta che ha saputo aspettare

Elena Molinari mercoledì 8 giugno 2016
«Siamo a un passo da un momento storico senza precedenti». Hillary Rodham Clinton cerca di contenere il trionfalismo. Decenni di esperienza le hanno insegnato quanto sia rischioso dichiarare vittoria troppo presto. Ma neanche la calibrata ex first lady può nascondere un’espressione raggiante. Che la certezza matematica ci sia o no, la nomination democratica è di fatto sua. E la presidenza degli Stati Uniti è più vicina.È lunga la strada che l’ha portata fin qui, e non è stata una passeggiata. Che Hillary piaccia o no, politicamente o personalmente, non le si possono negare un paio di qualità fondamentali e tipicamente americane: una cocciuta determinazione e la capacità di rialzarsi dopo ogni caduta, senza perdere mai di vista l’obiettivo finale. Per lei la meta è sempre stata una sola: la Casa Bianca. Anche negli anni nell’Arkansas, anche quando ha rinunciato a una carriera legale a Washington e alla possibilità di buttarsi, giovanissima, in politica, per seguire Bill al Sud e scommettere tutto sul potenziale del marito, all’orizzonte rimaneva sempre l’idea, più o meno formulata, che prima o poi sarebbe arrivato il suo turno. Hillary ha saputo aspettare. Non proprio nell’ombra, né in silenzio: dietro ogni passo del coniuge c’era sempre lei, chiaramente visibile, che lo spingeva, lo consigliava, parlava a suo nome e lo richiamava all’ordine quando, spesso, lui perdeva la bussola, più come una madre che come una moglie. Per anni l’ha guidato, convinta che insieme formassero un’abbinata di talenti così imbattibile, una coppia talmente preparata e innovativa che la leadership politica spettasse loro di diritto.È quest’arroganza, radicata in parte nell’insicurezza di una politica nata in una famiglia poco istruita e senza pedigree, in parte nell’essersi dovuta fare strada a gomitate, lavorando il doppio degli uomini che la circondavano, a renderla tanto poco simpatica. Il suo gradimento popolare si aggira sul 40 per cento, non molto superiore del 35 di Donald Trump. La maggior parte degli elettori americani dice di non fidarsi di lei, di trovarla fredda e calcolatrice. Persino le donne la guardano con sospetto, soprattutto le più giovani. Hillary dice, da sempre, di lottare per loro. Ma capisce le loro difficoltà? O il suo è un femminismo datato, ideologizzato, fine a sé stesso? Tanta diffidenza non può essere casuale. Forse nasce dal fatto che Hillary non si è mai fidata del tutto di “loro”: dell’opinione pubblica, dei sondaggi, della stampa, e, con un pizzico di paranoia, non ha mai osato mostrare di sé un millimetro più dello stretto indispensabile. Che cosa fa nel tempo libero? Del riservatissimo Barack Obama si sa che gioca a golf. E lei? I suoi amici giurano che in privato è spiritosa e affettuosa, ma gli americani stentano a crederlo. Vedono la sua professionalità, i suoi passi calcolati, le amicizie e alleanze di comodo che ha accumulato e poi scartato negli anni (come dimenticare che lei, proclamatasi paladina della classe media e lavoratrice, ha accettato milioni dalle grandi banche di Wall Street?). Vedono anche la sua imprudenza, come la scelta di usare la sua email personale quando era segretario di Stato, dettata forse dalla convinzione di essere superiore alle banalità delle regole. E faticano a conciliarla con il suo dichiarato idealismo, con un’oggettiva dedizione alla vita pubblica come servizio. O non sarà caccia al potere? I due elementi convivono in Hillary Clinton, che sta per iniziare l’ultima e più importante battaglia della sua tormentata carriera politica sotto i riflettori americani e mondiali: quella per la Casa Bianca. Contro un rivale che, ironicamente, nemmeno lei, con tutti i suoi calcoli, avrebbe potuto prevedere: Donald Trump.